Troppe o poche informazioni? Le parole: un’arma a doppio taglio

méfier

Molti esperimenti di economia comportamentale hanno mostrato che le persone si distaccano notevolmente dal paradigma di homo oeconomicus della teria economica classica. Si è osservato che, a differenza di un investitore esemplare, i reali clienti di banche e Sim di consulenza sono soggetti a limiti cognitivi fisiologici e a emozioni che spesso determinano il cattivo risultato delle loro azioni (intese sia come l’atto di agire che lo strumento finanziario!).

Niente da rimproverare agli economisti di fine ‘700 e metà ‘800: l’economia classica è da sempre classificata come “prescrittiva”, spiega come ci si dovrebbe comportare per ottenere il risultato migliore per il proprio benessere (inteso in senso lato). L’economia comportamentale, viceversa, è una disciplina “descrittiva”: compie esperimenti, osserva e comunica i dati.

Forse, ciò che è da biasimare, è il fatto che molti uomini della finanza e architetti della scelta, abbiano scambiato i ruoli delle due discipline. In finanza continuano ad applicare il modello classico e i legislatori, pensando di avere a che fare con perfetti esseri razionali, dettano norme che non tutelano affatto i loro destinatari, ma anzi accentuano gli errori che fisiologicamente gli esseri umani compiono se posti dinanzi a un certo scenario.

Esempio. Una delle evenienze sperimentali più interessanti scaturite finora, è la dimostrazione che le nostre capacità cognitive sono limitate: volenti o nolenti, chi più chi meno, la nostra memoria e la nostra capacità di concentrazione non sono infinite.

Probabilmente bastava il buonsenso, ad ogni modo è stato scientificamente provato che il marasma di informazioni dettagliata e molto tecniche fornite nel prospetto di uno strumento finanziario sono incomprensibili ad una persona normale (cioè non del settore..e a volte anche agli addetti ai lavori stessi!).

Eppure, il legislatore europeo ha pensato che la tutela migliore per gli investitori retail (ossia, al dettaglio, in pratica i più ignorantoni e squattrinati!) fosse quella di fornire il maggior numero di informazioni e il più preciso e dettagliato possibile. E questo per essersi basato sull’assunto che i piccoli risparmiatori europei sono come i modelli descritti dalle teorie classiche, quindi razionali, freddi calcolatori e con capacità mnemoniche illimitate.

Se però per gli investitori la troppa informazione fa male, più informazioni dettagliate sono utili agli avvocati penalisti americani. Vi spiego perché.

All’Università dello Utah, un sondaggio che ha coinvolto 181 giudici di 19 Stati americani ha scoperto che una spiegazione precisa delle cause biologiche di una malattia mentale riduce in media di un anno la pena inferta.

Lo studio, pubblicato su Science nel 2012, è proceduto separando i giudici coinvolti in 4 gruppi e a ciascuno è stato presentato il caso di un uomo imputato di percosse aggravate per aver brutalmente picchiato con il manico della pistola un commesso durante una tentata rapina (fatto realmente avvenuto in Georgia) . E’ stato loro detto, poi, che l’uomo è uno psicopatico, una malattia che non ha ancora ricevuto un riconoscimento formale dalla psichiatria, ma che a breve sarà classificata come un disordine di personalità sociale (anzi, anti-sociale). E’ un disturbo non curabile e non è ancora stata trovata la terapia per alleviarne i sintomi.

Tutti i giudici hanno letto il referto medico che provava l’infermità mentale dell’accusato e la definizione di soggetto psicopatico, ma solo a metà è stata fornita la spiegazione dettagliata delle cause genetiche e neurobiologiche del disturbo. Di questa metà un gruppo ha ricevuto il materiale  scientifico dalla difesa, che domandava una riduzione della pena, l’altro gruppo ha ricevuto lo stesso fascicolo dall’accusa, che invece invocava un aggravamento della sentenza.

I giudici che hanno ricevuto più informazioni e più dettagliate hanno inflitto, in media, 12.83 anni contro i 13.93 anni dei giudici che hanno letto solo che l’imputato era uno psicopatico.     Inoltre, i giudici che hanno ricevuto il materiale scientifico dalla difesa, hanno introdotto delle attenuanti nella propria sentenza nel 66% dei casi, rispetto al 30% di coloro che le hanno aggiunte dopo aver accolto il materiale dall’accusa.

In ogni caso, e sorprendentemente, le sentenze sono state più severe dei soliti 9 anni di galera inflitti nei casi di percosse aggravate. L’aver definito l’imputato come uno psicopatico non ha diminuito la pena, ma anzi l’ha aumentata (seppur di meno nel caso di spiegazione medica delle cause della malattia).

Questo studio sembra dire che le informazioni possono essere un’arma a doppio taglio. Il tutto sta nel saperne dosare la giusta dose.

L’articolo di cui ho parlato è il seguente: L.Aspinwall, T.Brown, and J.Tabery, The Double-Edged Sword: Does Biomechanism Increase or Decrease Judges’ Sentencing of Psychopaths?, Science 17 August 2012, Vol. 337 no. 6096: 846-849.

Per chi volesse invece approfondire i temi di economia comportamentale sui limiti cognitivi ed emotivi degli investitori suggerisco queste letture:

– D.Kahnema, M.W Riepe, Aspects of Investors Psichology, Journal of Portfolio Management, 1998

– N.Linciano, P.Soccorso, La rilevazione della tolleranza al rischio degli investitori attraverso il questionario, Quaderni di Finanza, Consob, 2012

– D.Kahneman, A.Tversky, Prospect theory: An analysis of decision under risk. Econometrics, 1979.

– M. Motterlini, Trappole mentali. Come difendersi dalle proprie illusioni e dagli inganni altrui”, BUR Biblioteca Universitaria, Rizzoli, 2010

– P.Legrenzi, I soldi in testa, Il Mulino, 2011

Suggerisco anche la lettura del Final Report 2012/387 dell’ESMA (European Securities and Markets Authority) sulla prestazione dei servizi finanziari.

Neuroscienza e diritto penale: l’importanza dello stereotipo

mafalda_basta

Uno studio condotto all’Università di Granada, Spagna, ha mostrato che nei crimini di violenza domestica in cui la donna uccide il marito o fidanzato violento, se l’accusata è bella e con una buona carriera, è considerata più colpevole che se fosse bruttina e con figli a carico.

Gli autori della ricerca, Antonio Herrera, Inmaculada Valor-Segura e Francisca Expòsito (studio pubblicato su The European Journal of Psychology Applied to Legal Context), hanno simulato due procedimenti legali dove l’imputato era una donna che aveva ucciso il marito. La sua difesa si basava sull’argomentazione che aveva subito ripetute violenze nel corso di diversi anni e aveva così agito in legittima difesa. In una storia la descrizione della donna coincideva con lo stereotipo della donna mal trattata (dimessa, un po’ depressa e trascurata, madre e casalinga), nella seconda invece l’imputata era un consulente finanziario, senza figli, attraente e con un atteggiamento calmo e risoluto anche di fronte ai giudici.

I due procedimenti sono stati fatti leggere a 169 ufficiali di polizia appartenenti alla forze dell’ordine della Spagna (153 erano uomini e 16 donne). A metà dei partecipanti è stato fatto leggere il primo caso ( con lo stereotipo di donna “battuta”), all’altra metà il secondo caso ( con la donna emancipata e indipendente).

I ricercatori hanno quindi chiesto ai poliziotti di rispondere a una serie di domande sulla credibilità, la responsabilità e la capacità di controllo dell’imputata di cui avevano letto la descrizione. E’ stata loro chiesta anche la propria ideologia sessista.

I risultati hanno mostrato che i poliziotti che hanno letto la storia della donna “non-stereotipo” (cioè, non conforme all’idea comune di persona maltrattata) sono stati più severi nel giudicarla. La percezione, infatti, era che l’imputata fosse più in grado di auto controllo, e quindi, più colpevole. Inoltre, chi ha mostrato un maggior livello di sessismo, ha giudicato ancor più severamente l’accusata.

In psicologia sociale questo fenomeno è chiamato prototypicality. La percezione della colpevolezza di una donna maltrattata che ha ucciso il marito è fortemente legata a quanto l’imputata risponde allo stereotipo di quella figura. Se se ne distacca, anche di poco, il giudizio sulla sua responsabilità cambia.

Questo studio, nonostante tutti i limiti coinvolti, certamente sottolinea l’importanza di un’adeguata formazione per gli ufficiali delle forze dell’ordine che hanno a che fare con casi di violenza domestica. I loro lavoro è fondamentale nell’evoluzione di un crimine, e questa ricerca mostra che può essere condizionato da variabili esterne come la bellezza fisica e l’idea comune che la massa ha di violenza familiare.

Molte donne hanno denunciato più di una volta le molestie dei loro futuri assassini. Ma alla polizia non hanno trovato il giusto sostegno. Il libro di Serena Dandini, Ferite a mortelo comunica in modo molto intenso. E purtroppo, sembra non essere un problema solo italiano.