Neuroscienza e diritto penale: l’importanza dello stereotipo

mafalda_basta

Uno studio condotto all’Università di Granada, Spagna, ha mostrato che nei crimini di violenza domestica in cui la donna uccide il marito o fidanzato violento, se l’accusata è bella e con una buona carriera, è considerata più colpevole che se fosse bruttina e con figli a carico.

Gli autori della ricerca, Antonio Herrera, Inmaculada Valor-Segura e Francisca Expòsito (studio pubblicato su The European Journal of Psychology Applied to Legal Context), hanno simulato due procedimenti legali dove l’imputato era una donna che aveva ucciso il marito. La sua difesa si basava sull’argomentazione che aveva subito ripetute violenze nel corso di diversi anni e aveva così agito in legittima difesa. In una storia la descrizione della donna coincideva con lo stereotipo della donna mal trattata (dimessa, un po’ depressa e trascurata, madre e casalinga), nella seconda invece l’imputata era un consulente finanziario, senza figli, attraente e con un atteggiamento calmo e risoluto anche di fronte ai giudici.

I due procedimenti sono stati fatti leggere a 169 ufficiali di polizia appartenenti alla forze dell’ordine della Spagna (153 erano uomini e 16 donne). A metà dei partecipanti è stato fatto leggere il primo caso ( con lo stereotipo di donna “battuta”), all’altra metà il secondo caso ( con la donna emancipata e indipendente).

I ricercatori hanno quindi chiesto ai poliziotti di rispondere a una serie di domande sulla credibilità, la responsabilità e la capacità di controllo dell’imputata di cui avevano letto la descrizione. E’ stata loro chiesta anche la propria ideologia sessista.

I risultati hanno mostrato che i poliziotti che hanno letto la storia della donna “non-stereotipo” (cioè, non conforme all’idea comune di persona maltrattata) sono stati più severi nel giudicarla. La percezione, infatti, era che l’imputata fosse più in grado di auto controllo, e quindi, più colpevole. Inoltre, chi ha mostrato un maggior livello di sessismo, ha giudicato ancor più severamente l’accusata.

In psicologia sociale questo fenomeno è chiamato prototypicality. La percezione della colpevolezza di una donna maltrattata che ha ucciso il marito è fortemente legata a quanto l’imputata risponde allo stereotipo di quella figura. Se se ne distacca, anche di poco, il giudizio sulla sua responsabilità cambia.

Questo studio, nonostante tutti i limiti coinvolti, certamente sottolinea l’importanza di un’adeguata formazione per gli ufficiali delle forze dell’ordine che hanno a che fare con casi di violenza domestica. I loro lavoro è fondamentale nell’evoluzione di un crimine, e questa ricerca mostra che può essere condizionato da variabili esterne come la bellezza fisica e l’idea comune che la massa ha di violenza familiare.

Molte donne hanno denunciato più di una volta le molestie dei loro futuri assassini. Ma alla polizia non hanno trovato il giusto sostegno. Il libro di Serena Dandini, Ferite a mortelo comunica in modo molto intenso. E purtroppo, sembra non essere un problema solo italiano.

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