Più vittime, meno pena

Jury

Nell’immaginario collettivo la pena inferta per un delitto è direttamente proporzionale alla gravità del delitto stesso. Ciò a dire che se una persona uccide più persone, risponde di una punizione più severa di chi ne uccide una sola. Uno studio americano condotto alla Northwestern University nel 2010 (pubblicato sulla rivista Social Psychological and Personality Science), invece, dimostra che la severità della sentenza è spesso indirettamente proporzionale al numero delle vittime.

Gli autori dello studio in questione hanno condotto tre esperimenti che hanno mostrato come il crescere delle vittime riduca la percezione della gravità del crimine da parte di chi lo giudica.

Nel primo esperimento i ricercatori hanno fatto leggere ai partecipanti dell’esperimento una storia che descriveva come un consulente finanziario avesse imbrogliato – in un caso – solo due o tre persone – nell’altro – dozzine di persone. Ai partecipanti è stato chiesto poi di stimare la gravità del crimine e di suggerire la punizione da infliggere al colpevole. Nel caso delle due/tre vittime defraudate l’episodio è stato giudicato con maggiore severità ed è stata inflitta una sentenza di condanna più rigida.

L’obiettivo del secondo esperimento è stato, invece, quello di testare la possibilità che i ricercatori hanno di correggere questo bias (errore di giudizio). E’ stato quindi fatto leggere ai partecipanti la vicenda di una compagnia alimentare che distribuiva cibi avvelenati. Molte sono state le vittime e a metà dei soggetti sperimentali è stata fornita una foto e la biografia di una delle vittime. Ebbene, coloro che hanno ricevuto queste informazioni ulteriori si sono mostrate più dure nei confronti del colpevole e hanno chiesto una pena più alta di chi, invece, non ha ricevuto alcuna foto.

Infine, l’ultimo esperimento ha indagato la presenze di questo fenomeno – chiamato dagli autori della ricerca Scope-Severity Paradox – nei verdetti di vere giurie americane. Passando in rassegna 139 casi dal 2000 al 2009 (solo illeciti civili, nessun caso di diritto penale), i ricercatori hanno scoperto che la multa inferta diminuiva al crescere delle persone danneggiate.

Il giudizio di un illecito o delitto sembra quindi essere influenzato dalla reazione emotiva che ci suscita. Più ci identifichiamo nelle vittime, più il nostro giudizio sarà severo. Nei casi di una o poche persone danneggiate o uccise l’identificazione è maggiore perché spesso i  mezzi di comunicazione tendono a riportare le foto, l’età, la professione delle vittime. Cosa più difficile nelle tragedie di massa.

Non è un risultato rassicurante. E’ preoccupante se i genocidi sono percepiti meno gravi di un delitto passionale. I due studiosi – Loran Nordgren e Mary-Hunter Morris – hanno però notato che riportando in maniera vivida la storia di anche una sola delle vittime di un crimine di massa, può aiutare le persone a comprendere meglio la gravità di questo tipo di episodi – un po’ come è successo con Il diario di Anna Frank.

Joseph Stalin un tempo affermò: “La morte di una sola persona è una tragedia, ma quella di un milione è statistica”. Aveva ragione e lo studio sopra citato lo conferma. Ma adesso, forse, una piccola spinta gentile può aiutare a correggere questa tendenza.

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