Coltelli, piatti, bicchieri e cucchiaini: prodi alleati o pavidi sabotatori della nostra linea?

posate

Settimana scorsa la mia strada si è separata da quella di una persona che mi è stata molto vicina in questi ultimi mesi, che mi ha spronato e stimolato, e senza la quale probabilmente questo blog nemmeno esisterebbe. A questa persona dedico questo post e la ringrazio di tutti i giorni e i momenti passati insieme, che rimarranno sempre nella mia memoria.

Il tema di oggi è estremamente simpatico: l’influenza che il colore delle posate ha sul gusto degli alimenti e sulla quantità consumata di essi. Qualche tempo fa, infatti, è uscito sulla rivista Flavour uno studio inglese che mostra come la forma, il colore e il materiale delle posate modifichi la percezione del sapore. Consumare un pasto sembra essere un’esperienza multisensoriale, che coinvolge non solo il gusto ma anche l’olfatto, la vista e le sensazioni tattili che proviamo quando mastichiamo un boccone. Il nostro cervello “giudica” il cibo ben prima del momento della masticazione, e questo influisce sulla percezione finale che ne traiamo.

Per dimostrare questo i ricercatori dell’Università di Oxford hanno fatto mangiare a dei volontari gli stessi cibi ma con posate diverse. Da questi test sono risultate le seguenti divertenti evenienze:

– mangiare lo yogurt con un cucchiaio di plastica ci fa sembrare il latte fermentato più denso e  costoso che mangiarlo con un cucchiaio di metallo (la plastica è molto più leggera dell’acciaio di un bel cucchiaino da dessert)

– lo yogurt mangiato con un cucchiaino bianco ci sembra più dolce e piacevole rispetto allo stesso yogurt consumato con una posata nera. Lo stesso avviene con uno yogurt alla fragola: il contrasto di colori fa percepire l’alimento meno zuccherino e gradevole

– il formaggio risulta più salato e saporito se preso dalla punta del coltello, piuttosto che con uno stuzzicadenti o una forchetta

Questi dati confermano risultati precedenti riguardanti altre stoviglie: le bevande consumate da un bicchiere blu o verde (colori freddi) sono ritenute più rinfrescanti. La cioccolata calda bevuta in una tazza color arancio o color crema ha più gusto rispetto a sorseggiarla da una tazza bianca o rossa. Invece, una mousse alla fragola sembra più dolce e gustosa se presentata su un piatto bianco rispetto a uno nero (qui l’articolo pubblicato sul Journal of Sensory Studies).

Queste scoperte sono di interesse applicativo soprattutto in ambito medico. Sapere che il materiale e i colori degli oggetti con cui consumiamo i pasti ne modificano il sapore, può servire a controllare le porzioni o ridurre il contenuto in zucchero e sale dei cibi, con un effetto positivo sulla dieta.

Non stupitevi se alla prossima visita il dietologo vi prescriverà di mangiare con posate bianche e di plastica i vostri piatti light..

Amigdala e perdite monetarie, una nuova scoperta

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Il 3 settembre scorso è stato pubblicato sulla rivista The journal of Neuroscience lo studio condotto dai ricercatori del Cresa (Centro di Ricerca di Epistemologia Sperimentale Applicata) dell’università San Raffaele a Milano. Lo studio, in prima pagina sul Corsera, risponde ad alcuni interrogativi rimasti finora senza risposta sul perché le persone provano più dolore perdendo una somma di denaro rispetto al piacere che provano quando ne guadagnano la stessa somma. Nel 1979, lo piscologo cognitivista Daniel Kahneman elabora infatti la cosiddetta “Teoria del prospetto”. Guadagnandosi con essa il premio Nobel per l’economia, Kahneman dimostra che le perdite e i guadagni non sono percepiti dagli esseri umani in egual misura (di seguito l’asse cartesiano che rappresenta graficamente questa teoria. La curva, che rappresenta il comportamento della maggioranza delle persone, nel quadrante delle perdite – quello in basso a sx – è decisamente più profonda di quella nel quadrante dei guadagni – in alto a dx. Questo significa che l’avversione alle perdite è più forte del desiderio di un guadagno).

teoria dei prospetti

Ma perché il perdere è più forte del guadagnare? Perché stiamo peggio quando non abbiamo più dei soldi, e la contentezza che proviamo quando ne otteniamo una somma uguale non è la stessa? Lo studio del Cresa spiega questo fenomeno dicendo che le emozioni della perdita e del guadagno provengono da due zone cerebrali differenti. Mentre il nucleo accumbens è il centro cerebrale che tratta il rendimento, è l’amigdala l’area in cui si origina l’avversione alla perdita.

Da sempre protagonista dei processi psicologici del timore e della paura, l’amigdala è una delle aree più antiche del nostro cervello. E svolgeva un ruolo importantissimo per i primi ominidi, ai quali la paura serviva moltissimo. Quest’emozione, infatti, li avvertiva di un pericolo imminente, e così potevano prendere in tempo le dovute precauzioni – non tutti ovviamente..altrimenti l’evoluzione della specie?

Leggendo l’articolo, però – sarò sincera, non l’ho ancora letto tutto – non sono riuscita a capire per quale motivo effettivamente il dolore della perdita è più forte del piacere di un guadagno. Il fatto che queste emozioni scaturiscano da due aree cerebrali differenti non giustifica l’asimmetria nella percezione delle due emozioni. Forse il fatto che l’amigdala è una parte più antica del cervello, che abbiamo usato per molto più tempo, c’entra qualcosa?

Magari voi sarete più diligenti di me e leggendo subito tutto lo studio capirete meglio. Ad ogni modo domani vado in visita al Cresa stesso e chiederò direttamente al Professor Matteo Motterlini, spero di potervi riferire una risposta esauriente nel prossimo post.

Questa ricerca, tuttavia, pone in campo un’importante tassello che in futuro potrà permettere agli studiosi di finanza e legge comportamentale di comprendere meglio i comportamenti cognitivi degli investitori, e realizzare – di conseguenza – una disciplina giuridica adatta a tutelare nel migliore dei modi gli investitori, partendo proprio dal considerare anche le caratteristiche anatomiche del nostro cervello.

Ultima cosa. In effetti la perdita sembrerebbe sempre più dolorosa di una vincita. In tutti i campi. Il professor Paolo Legerenzi, esperto di finanza comportamentale con cui ho lavorato negli scorsi due anni, usava ricordare a tal proposito le parole di André Agassi quando vinse il desideratissimo Slam agli Open in Australia:

“Now that I have won a slam, I know something very few people on earth are permitted to know. A win doesn’t feel as good as a loss feels bad, and the good feeling doesn’t last long as the bad. Not even close”. (A.Agassi, Open, Harper 2011. In italiano è edito Einaudi).

Forse una visione un po’ depressa, comunque..vincere è sempre meglio !

Street art e politici russi

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Tra i commenti all’articolo che avevo scritto su Nuovo e Utile, portale di Annamaria Testa sulla creatività, (qui il mio articolo e qui la Home page del sito), è stato pubblicato un video simpaticissimo su di una spinta gentile “al contrario”. Questa volta, infatti, non è la pubblica amministrazione che si ingegna per cambiare il comportamento dei cittadini, ma sono questi ultimi che, con creatività e umorismo cercano di rendere più virtuose le decisioni dei politici. Questo per dimostrare che una spinta gentile può provenire da qualsiasi parte, e che, se ben pensata, può ottenere rapidi e soddisfacenti risultati anche in quegli ambienti ritenuti più statici e difficili da cambiare.

Che questa piacevole vicenda russa (ecco qui il video) possa essere di stimolo a tutti coloro che, scoraggiati sin dall’inizio dalle difficoltà che si prospettano, evitano tout court di intraprendere una campagna per migliorare un sistema che non li soddisfa. Forse per ottenere il risultato desiderato basterebbe cambiare strategia d’azione, e le difficoltà diminuirebbero. Forse.

Insegnamenti pratici dai monaci buddisti

TaraKMC

Oggi non parlerò di Nudge e spinte gentili, ma voglio scrivere alcune riflessioni che ho maturato in quest’ultima settimana. Sono appena tornata da un 7 giorni trascorsi in un monastero buddista nel Derbyshire, Inghilterra (in alto la foto del posto). Nel mezzo della campagna inglese più isolata si erge questa splendida magione ottocentesca che ospita monaci e monache buddisti, una comunità di fedeli e una decina di insegnanti (rigorosamente buddisti) della scuola elementare che il monastero ospita al suo interno.

Non sono buddista, ho deciso di fare questa esperienza perché da qualche mese pratico lo yoga, disciplina che ho sempre guardato con diffidenza, essendo io più persona attiva che riflessiva e piuttosto poco elastica. E’ stata una rivelazione. Dopo le prime lezioni ho sentito un vero e proprio giovamento sia nel corpo che nella mente. E’ anche vero che è importante trovare la propria disciplina. Tutti conosceranno l’hatha yoga, la forma più tradizionale di yoga che comprende una serie di esercizi psicofisici, toccasana per chi ha problemi di schiena e per il rilassamento. Personalmente preferisco l’Aishwara Yoga, disciplina insegnata dal Maestro indiano Sri Tathata e che si focalizza molto su esercizi di respirazione, meditazione, ripetizione di suoni sacri e canto (parte, quest’ultima, che senza dubbio prediligo!). E’ molto dinamico, e le tecniche cambiano rapidamente adattandosi ai cambiamenti dell’ambiente in cui viviamo. Ma ci sono un’infinità di discipline, Kundalini yoga, Ayuryoga, yoga dinamico..insomma, ce n’è per tutti i gusti. L’importante è trovare ciò che più corrisponde ai propri bisogni, senza abbandonare la ricerca dopo la prima lezione di prova. Certo fa tanto anche la compatibilità caratteriale con il maestro e i compagni di corso (il centro dove pratico io lo yoga si chiama Ombelico del Mondo, i maestri, Fiammetta e Riccardo sono molto competenti e simpaticissimi! Altro centro dove praticare lo yoga a Milano è la Scuola Olistica Ananda Ashram).

Tutto questo per dire che ero curiosa di approfondire e toccare con mano ciò che ho praticato una volta a settimana in una palestra milanese e immergermi nella realtà da cui quella pratica deriva. Non sapevo un gran ché di buddismo, adesso so qualcosina di più, in particolare che la meditazione fa un gran bene. Una settimana certo non è sufficiente per liberarsi dalle proprie abitudini mentali e ormai, con la mia distorsione professionale, non ho potuto fare a meno di riportare alcuni Dharma – insegnamenti sacri del Buddha – in un contesto di quotidianità occidentale. Di seguito, dunque, alcuni insegnamenti che ho tratto da questa esperienza.

1° Insegnamento                                                                                                                    La pulizia per il buddismo è un’esercizio di pulizia interiore. Le faccende di casa sono cosa seria perché pulendo e riordinando si puliscono e si riordinano i propri pensieri. Al di là del fatto che si possa condividere questa filosofia ( se si pulisse una volta al mese si potrebbe avere questo effetto benefico, ma pulire ogni giorno i piatti può essere solo scocciante!), i monaci compiono le proprie mansioni individualmente ma mai da soli. Trovandomi un giorno a risistemare il refettorio, una monaca mi spiegava che i monaci lavorano sempre in silenzio (beh in quel momento lei stava infrangendo – penso anche volentieri – questa regola)  e seguendo il ritmo dei monaci che hanno a fianco. Ognuno svolge una mansione diversa, ma ciascuna funzionale all’altra. Il proprio lavoro può facilitare o ostacolare quello dell’ altro ed è sempre diretto ad un obiettivo comune. Nonostante la sua pratica crei benessere al singolo individuo.  (Consiglio a chi interessato all’argomento la lettura di questo simpaticissimo libretto: Manuale di pulizie di un monaco buddista, edito Vallardi, 2012)

Se quest’attitudine la portiamo all’interno di un ufficio, le regole rimangono le stesse. Può forse sembrare ovvio, ma non è poi così banale. Quando a lavoro svolgiamo i nostri compiti spesso lo facciamo focalizzandoci esclusivamente su di noi, sul nostro far bene, sul nostro eccellere, sul voler finire il prima possibile per cominciare il weekend, per ricevere lo stipendio a fine mese. Ci dimentichiamo di allargare la prospettiva e andare al di là della propria scrivania. Ma il posto di lavoro è come un albero con molti rami su cui ciascuno è posizionato e che comunica con gli altri.

A mio parere i dirigenti di un’impresa dovrebbero curarsi, più che dei profitti, del ritmo con cui i propri dipendenti lavorano tra di loro. Più questo è dinamico e armonico, più i risultati saranno migliori. Più che incoraggiare il singolo, i superiori dovrebbero insegnare a lavorare in gruppo e a rispettare il lavoro altrui. Non a caso le imprese dove il gioco di squadra è più forte, l’ambiente è migliore e i risultati visibili, proprio perché le ruote dello stesso carro girano all’unisono e alla stessa velocità. Pensate ad una macchina le cui ruote girano a velocità diverse, e magari con direzioni diverse.. fa fatica a procedere e impiega un lungo tempo per raggiungere la propria meta.

2° e 3° Insegnamento                                                                                                      Come ho accennato all’inizio, all’interno del centro buddista, vi è anche una piccola scuola (Kadampa Primary School). Nonostante la scuola sia pubblica e i bambini non devono essere necessariamente buddisti, gli insegnamenti si differenziano leggermente da quelli di una scuola tradizionale. Ad esempio, ogni giorno i bambini, appena arrivati, fanno 20 minuti di meditazione, che ripetono dopo pranzo. Mi hanno spiegato che questo serve per aiutare i piccoli studenti a lasciare fuori dai cancelli la propria famiglia e le vicissitudini personali, a focalizzarsi sul nuovo ambiente in cui si trovano e a raccogliere tutte le energie per apprendere il più possibile. E’ prevista, poi, un’ora di self-learning: i bambini si dedicano ad approfondire individualmente ciò che più interessa loro. Durante la giornata, infine, ogni alunno è incaricato di una mansione: aggiornare il calendario, pulire l’aula, condurre la classe in refettorio, e così via..”Piccole responsabilità che li aiuta a sentirsi parte della scuola e appassionarcisi di più”.

Consiglio a tutti i manager di fare un giro in quella scuola. E’ una fonte di ispirazione continua. Perché non prevedere anche a lavoro 10 minuti di meditazione in cui si lasciano andare tutte le preoccupazioni e i doveri personali e ci si proietta nel mondo dell’ufficio? La prima ora di lavoro non è mai quella più efficiente: appena arrivati da un viaggio in mezzo al traffico, o in metropolitana di 30 minuti, magari sotto la pioggia e senza ombrello. Recuperare la concentrazione e le forze mattutine può far bene non solo alla salute dei propri dipendenti (che magari si assenteranno di meno a lavoro se più in forma) ma ai risultati dell’azienda stessa. E perché non prevedere anche un’ora dove tutti i dipendenti sono chiamati a pensare nuove soluzioni per migliorare un processo interno all’azienda? E cosa dire di affidare in maniera rotatoria qualche compito direttivo in modo da creare maggior lealtà nei confronti del proprio ambiente lavorativo?

4° Insegnamento                                                                                                            Questa settimana in Inghilterra mi ha mostrato che a volte bastano pochi giorni per aprire la propria mente e trarre da culture diverse nuove soluzioni a vecchi problemi. Perché non istituire una settimana di ferie extra con compiti a casa: al ritorno si deve consegnare un elaborato dove si descrivono le modalità di risoluzione di problemi nella popolazione che si è visitato, con suggerimenti creativi da applicare alle problematiche della propria azienda.

Mi rendo conto che questi insegnamenti si adattano più ad una realtà lavorativa privata che pubblica. Ma con qualche accorgimento, forse, anche il settore pubblico potrebbe beneficiarne. Mi piacerebbe tanto che questo mio post possa essere di stimolo per qualcuno che abbia voglia di svolgere uno studio su questo soggetto.

Per chi invece fosse interessato a compiere la mia stessa esperienza, questa la pagina di riferimento. Vi avverto, non è una vacanza rilassante: si lavora duro e la disciplina è tanta. Ma il divertimento è altrettanto e il posto è immerso nella splendida campagna inglese: per chi cerca un po’ di quiete per qualche giorno è il posto perfetto. Om shanti !