Amigdala e perdite monetarie, una nuova scoperta

money-03

Il 3 settembre scorso è stato pubblicato sulla rivista The journal of Neuroscience lo studio condotto dai ricercatori del Cresa (Centro di Ricerca di Epistemologia Sperimentale Applicata) dell’università San Raffaele a Milano. Lo studio, in prima pagina sul Corsera, risponde ad alcuni interrogativi rimasti finora senza risposta sul perché le persone provano più dolore perdendo una somma di denaro rispetto al piacere che provano quando ne guadagnano la stessa somma. Nel 1979, lo piscologo cognitivista Daniel Kahneman elabora infatti la cosiddetta “Teoria del prospetto”. Guadagnandosi con essa il premio Nobel per l’economia, Kahneman dimostra che le perdite e i guadagni non sono percepiti dagli esseri umani in egual misura (di seguito l’asse cartesiano che rappresenta graficamente questa teoria. La curva, che rappresenta il comportamento della maggioranza delle persone, nel quadrante delle perdite – quello in basso a sx – è decisamente più profonda di quella nel quadrante dei guadagni – in alto a dx. Questo significa che l’avversione alle perdite è più forte del desiderio di un guadagno).

teoria dei prospetti

Ma perché il perdere è più forte del guadagnare? Perché stiamo peggio quando non abbiamo più dei soldi, e la contentezza che proviamo quando ne otteniamo una somma uguale non è la stessa? Lo studio del Cresa spiega questo fenomeno dicendo che le emozioni della perdita e del guadagno provengono da due zone cerebrali differenti. Mentre il nucleo accumbens è il centro cerebrale che tratta il rendimento, è l’amigdala l’area in cui si origina l’avversione alla perdita.

Da sempre protagonista dei processi psicologici del timore e della paura, l’amigdala è una delle aree più antiche del nostro cervello. E svolgeva un ruolo importantissimo per i primi ominidi, ai quali la paura serviva moltissimo. Quest’emozione, infatti, li avvertiva di un pericolo imminente, e così potevano prendere in tempo le dovute precauzioni – non tutti ovviamente..altrimenti l’evoluzione della specie?

Leggendo l’articolo, però – sarò sincera, non l’ho ancora letto tutto – non sono riuscita a capire per quale motivo effettivamente il dolore della perdita è più forte del piacere di un guadagno. Il fatto che queste emozioni scaturiscano da due aree cerebrali differenti non giustifica l’asimmetria nella percezione delle due emozioni. Forse il fatto che l’amigdala è una parte più antica del cervello, che abbiamo usato per molto più tempo, c’entra qualcosa?

Magari voi sarete più diligenti di me e leggendo subito tutto lo studio capirete meglio. Ad ogni modo domani vado in visita al Cresa stesso e chiederò direttamente al Professor Matteo Motterlini, spero di potervi riferire una risposta esauriente nel prossimo post.

Questa ricerca, tuttavia, pone in campo un’importante tassello che in futuro potrà permettere agli studiosi di finanza e legge comportamentale di comprendere meglio i comportamenti cognitivi degli investitori, e realizzare – di conseguenza – una disciplina giuridica adatta a tutelare nel migliore dei modi gli investitori, partendo proprio dal considerare anche le caratteristiche anatomiche del nostro cervello.

Ultima cosa. In effetti la perdita sembrerebbe sempre più dolorosa di una vincita. In tutti i campi. Il professor Paolo Legerenzi, esperto di finanza comportamentale con cui ho lavorato negli scorsi due anni, usava ricordare a tal proposito le parole di André Agassi quando vinse il desideratissimo Slam agli Open in Australia:

“Now that I have won a slam, I know something very few people on earth are permitted to know. A win doesn’t feel as good as a loss feels bad, and the good feeling doesn’t last long as the bad. Not even close”. (A.Agassi, Open, Harper 2011. In italiano è edito Einaudi).

Forse una visione un po’ depressa, comunque..vincere è sempre meglio !

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