La politica contro la lotta alla fame

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Nel quotidiano LaRepubblica dello scorso 11 dicembre, Carlo Petrini intitola il suo articolo “Il diritto al cibo”. Riflettendo sulle parole che Papa Francesco aveva pronunciato il lunedì precedente in occasione del lancio della nuova campagna della Caritas Internationalis contro la fame, riporta all’attenzione lo “scandalo mondiale” della morte per fame. L’aspetto interessante nel discorso del Papa che Petrini sottolinea sta nel monito a tutti noi a “diventare più consapevoli delle nostre scelte alimentari che spesso comportano spreco di cibo e cattivo uso delle risorse a nostra disposizione”. Passa, dunque, da una prospettiva in cui la fame era una disgrazia della storia e i ricchi caritatevoli aiutavano i più sfortunati, a quella per cui se più di un miliardo di persone oggi muore di fame è colpa del sistema alimentare e produttivo in cui noi tutti giochiamo un ruolo e abbiamo una parte. Il nostro stile di vita è parte del problema, ma anche della soluzione.

Un cambiamento nelle nostre abitudini alimentari, infatti, potrebbe aiutare a ridurre questa discrepanza tra i Paesi ricchi e quelli poveri. Ricordo di essere diventata vegetariana quando, due anni fa, vidi il documentario “Taste the waste” (di cui consiglio vivamente la visione!). Il documentario denunciava gli sprechi alimentari dell’occidente, e in particolare mi aveva colpito la parte in cui mostrava quanto il prezzo degli alimenti base (cereali) fosse con gli anni aumentato a causa del fenomeno degli allevamenti intensivi. E ciò ha determinato grosse difficoltà per le popolazioni più povere di acquistare questo alimento base. Il regista, Valentine Thurn, ha poi calcolato che la quantità di cibo buttato ogni anno dai Paesi ricchi potrebbe essere disposto immaginariamente lungo la linea dell’equatore e ricoprirne l’intero percorso, e da solo sfamare per più di un anno l’intera Etiopia. Insomma, di dati e di notizie ce ne sono. Ma perché ancora così poche persone ne sono a conoscenza? Cosa potrebbe invertire la rotta del consumismo occidentale? Come fare a sensibilizzare le persone su questo tema in modo effettivo?

Petrini, nel suo articolo, lancia un appello alla politica, e ai partiti politici. E’ arrivato il momento che la politica stessa cominci a trattare nei propri programmi il tema dell’alimentazione e le questioni ambientali.

Letto l’articolo mi sono subito confrontata con un caro amico, Luca Zitiello che, interessato da molti anni alla politica, ha da poco creato un comitato elettorale per Matteo Renzi a Milano – questo il suo sito online. Essendo lui una persona molto attenta alle proprie scelte alimentari, gli ho domandato se nella sua attività politica sarebbe disposto a introdurre il tema di una corretta alimentazione. La risposta è stata ovviamente entusiasta, ma non completamente affermativa. Come fare con le multinazionali che hanno fatto “fisicamente” fuori chiunque abbia cercato di criticare e opporsi ai loro prodotti commerciali? Non sarebbe la prima volta che i politici si tirano indietro di fronte alla minaccia d’interessi più forti.

Ma forse l’approccio al problema potrebbe cambiare in modo che le multinazionali non si sentano chiamate in causa. E così i politici potrebbero portare avanti la loro buona causa e le grandi industrie alimentari non avrebbero di cui lamentarsi con nessuno.

Nella maggior parte delle volte, infatti, per combattere il consumo di prodotti così detti “junk food” si è cominciata una vera e propria guerra contro le multinazionali e i loro metodi produttivi.

Ma questa tattica, a quanto pare, non ha mai portato a risultati soddisfacenti.

Le scienze comportamentali ne spiegano il motivo. Studi sperimentali hanno mostrato infatti due fenomeni importanti:

– le persone si mostrano più collaborative quando le si esorta a comportarsi nel modo più virtuoso, piuttosto che quando si vieta loro di fare qualcosa

– se si mostrano i risultati che hanno raggiunto altri, le persone tendono a comportarsi altrettanto per raggiungere o superare quel risultato

Risulta poco efficace, quindi, criticare il consumo di un dato prodotto alimentare. Piuttosto sembra più indicato mostrare gli effetti positivi che alcuni alimenti hanno sulla nostra salute e sull’ambiente in cui viviamo. Se poi si comincia a diffondere la voce che la maggioranza della popolazione ricicla, mangia meno carne e cibo spazzatura, il risultato sarà senz’altro quello auspicato. Come già ho spiegato nel post La forza del conformismo e nello scorso Povertà e inquinamento, una risposta possibile nei Paesi emergenti l’influenza sociale è uno degli strumenti più potenti per muovere le masse. (al mio amico Luca: gli incontri che organizzate invece di farli nei locali della vecchia milano potreste farli utilizzando il servizio catering che Altromercato – consorzio ben conosciuto di commercio equo solidale – mette a disposizione per privati e aziende, oppure proprio dietro porta Romana c’è un posto incantato che si basa sul lavoro volontario dei cittadini milanesi: la Cascina Cuccagna !)

Altre strategie e stratagemmi sono possibili e molte menti fantasiose di studiosi del comportamento ne stanno già escogitando di nuovi. In questo blog ne riporterò molti, l’argomento è molto attuale e di estrema importanza per la qualità stessa dell’ambiente in cui viviamo e che daremo in dote alle generazioni future (a questo proposito vi consiglio la lettura dell’articolo di Naomi Klein su Internazionale dello scorso 23 novembre. Riporta l’intervento mozzafiato dello scienziato Brad Werner all’American Geophysical Uninion). A gennaio poi partirò per gli Stati Uniti – a Houston per la precisione – e per un anno e mezzo vivrò nel Paese che più attivamente sta lottando contro le cattive abitudini alimentari: sarà interessante vedere in che modo lo sta facendo.

Ad ogni modo, seguendo paradigmi principali che ho esposto sopra, i politici possono stare tranquilli che non verranno “gambizzati” da nessun signor Pringles.

Buon anno a tutti!

Povertà e inquinamento: una risposta possibile nei Paesi emergenti

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Cari lettori, scusate la lunga assenza: sono stata in India per un mesetto a fare volontariato. Che esperienza! Al di là delle vicende umane vissute con le persone che ho incontrato durante il mio lavoro, andare in India significa essere catapultati in un mondo straordinariamente diverso da tutto ciò che a noi italiani, europei, e in generale occidentali, può sembrare familiare. Dai colori agli odori, dal cibo ai vestiti, ogni momento è una scoperta di un’esistenza fatta di usanze, credi e tradizioni così distanti dalle nostre da rendere il tutto estremamente affascinante. Non la smettevo di fare fotografie, tanto che la famiglia che mi ha ospitato a Dehli mi prendeva quasi in giro. Ma lì anche i carretti della frutta e della verdura sul ciglio delle strade hanno un che di esotico!

La povertà poi è tanta, i bambini soli per le strade innumerevoli, la qualità della vita per molti è molto bassa. Lo smog è a livelli inimmaginabili e il traffico…o mamma il traffico ! La cosa che mi ha colpito di più sono le fermate degli autobus. Di solito funzionano così. Le persone, numerosissime, aspettano in modo disordinato in mezzo alla strada (tanto che io all’inizio pensavo stessero partecipando a qualche manifestazione..). L’autobus – che può o non passare.. – quando poi arriva, già stracolmo, non si ferma alla fermata. Rallenta. I più veloci e atletici prendono la rincorsa e ci saltano su! Gli altri fanno a spintoni per prendere i tanti taxi che seguono saggiamente l’autobus. Così si fanno gli affari a Dehli, sfruttando un mal funzionamento pubblico !

Questo, come tanti altri episodi mi hanno fatto riflettere sul ruolo della legge e in particolare della Behavioural law. Vivere in prima persona un Paese con una cultura estremamente differente dalla mia, mi ha permesso di capire quanto sia davvero importante uno studio e un’analisi attenta e approfondita delle persone destinatarie di una normativa, perché questa possa essere efficace nel suo obiettivo. Nella comunità di rifugiati tibetani in India dove ho lavorato, ad esempio, era all’ordine del giorno sputare. S’incontrano di continuo sia uomini che donne che si liberano tranquillamente dei propri umori facendo anche un gran bel baccano! Da noi è vissuto come un gesto piuttosto maleducato, a volte di avversione o ripulsa. So che in alcuni comuni italiani è addirittura vietato e i vigili possono anche dare una multa. Sarebbe inconcepibile in Tibet..

Mi sono inoltre resa conto che la “legge comportamentale”, ovvero la legge utilizzata come strumento per modificare una data situazione, non è ancora diffusa e utilizzata ovunque. In questo mese ho cercato qualche forma di Behavioural law per poterla riportare su questo blog ed essere d’ispirazione per noi occidentali. Francamente ho fatto un po’ fatica, non ho visto una presenza così importante delle regolamentazioni da indurre cambiamenti nei comportamenti. Al contrario ho notato un poco efficiente utilizzo dei mezzi a disposizione per migliorare delle situazioni limite, come lo smog e i rifiuti.

Esempio. Soprattutto a nord, dove ho passato la maggior parte del tempo, ho incontrato numerosi cartelli che sensibilizzano alla cura dell’ambiente e al riciclo. Ma se cammini per strada poi i rifiuti abbondano. E il problema della sporcizia in India ormai c’è da tantissimo tempo. Forse semplici cartelli propagandistici non bastano. Pensando poi che una fetta molto consistente della popolazione indiana è pure analfabeta, i segnali come questi che vi metto qui sotto sono decisamente inutili.

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Invece un’altra soluzione può essere più producente. Ma vediamo prima alcuni dati.

Secondo l’ultimo rapporto dell’International Solid Waste Association (associazione che riunisce gli operatori di tutto il mondo del settore smaltimento rifiuti) ogni anno vengono prodotti 4 miliardi di tonnellate di rifiuti. E nei prossimi 10 – 15 anni si potrebbe assistere a un aumento di questa produzione anche del 50 %, arrivando quindi a più di 6 miliardi di tonnellate di spazzatura annui.

Oltre a questi dati è da considerare che più di 3,5 miliardi di persone non ha accesso ai più elementari servizi di gestione della spazzatura, creando montagne di rifiuti abbandonati che portano danni all’ambiente (secondo l’ISWA i rifiuti urbani rappresentano il 12 %delle emissioni mondiali di metano e il 5 % della produzione totale del gas serra) e alla salute enormi.

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Ma oltre ai danni all’ambiente e ai problemi di malattie, la gestione dei rifiuti urbani rappresenta una delle voci di costo più pesanti nei bilanci delle amministrazioni pubbliche, e continua a crescere con l’aumento della popolazione e il progresso economico. La Banca Mondiale ha stimato che la gestione dei rifiuti costa alla comunità 205 miliardi di dollari l’anno. Cifra, anche questa, che potrebbe raddoppiare nei prossimi 10 – 15 anni.

In quelle nazioni, poi, dove lo sviluppo d’impianti e tecnologie è in ritardo, i costi di smaltimento sono più elevati. In più questi paesi, dato il loro utilizzo massiccio di discariche, diventano la destinazione ultima dei rifiuti speciali (industriali) e più pericolosi: secondo il rapporto dell’UNEP (il programma per l’ambiente delle Nazioni Unite) solo dall’Europa sono arrivate nell’Africa occidentale 220 tonnellate di rifiuti ellettrici ed elettronici, estremamente pericolosi e inquinanti se non trattati in maniera adeguata.

Ma torniamo in India. Dove il numero delle persone che vivono in condizioni di povertà estrema è maggiore che nei 26 stati più in difficoltà dell’Africa: solo negli 8 stati a nord dell’India vivono 420 milioni di poveri, mentre il continente nero ne ospita 410. Il parlamento indiano sta esaminando in questi mesi una legge sulla sicurezza alimentare nazionale che prevede la distribuzione di 5 kg di grano mensili a 800 milioni di persone, 2/3 della popolazione. Costo: 24 miliardi di dollari all’anno. Questa legge probabilmente incontrerà numerose difficoltà, data la forte opposizione che a essa sta manifestando la WTO (l’Organizzazione mondiale del commercio), che la ritiene semplicemente l’ennesima scappatoia dell’India “per ricevere sussidi potenzialmente illimitati e distorsivi del mercato”.

Alla luce di questi fatti perché non pensare a una proposta di legge che combini la soluzione del problema povertà e dell’inquinamento, in modo più efficace e meno costoso magari?

Si potrebbe, infatti, prevedere la costituzione di punti di raccolta rifiuti (magari differenziati a seconda dei materiali) dove in cambio della lattina di coca cola, ad esempio, è dato un contributo in denaro o sotto forma di buono alimentare. A mio parere questo meccanismo innescherebbe una serie di conseguenze positive:

– chi tra i rifiuti ci vive e dorme comincerebbe a fare un po’ di pulizia, guadagnando magari quel minimo per mangiare almeno due volte al giorno

– si creerebbe un’occupazione utile e dignitosa per i più disperati, che spesso invece cadono vittima di sfruttamenti, abusi e attività illegali

– le persone, seppur indirettamente, comincerebbero a sensibilizzarsi al problema della gestione rifiuti

– le strade sarebbero più pulite

– lo Stato risparmierebbe sui fondi stanziati per i servizi di recupero e smaltimento rifiuti e sui servizi sanitari.

Tutto ciò a un costo estremamente contenuto. In India si riesce a mangiare in abbondanza e bene con 10 euro al giorno. Una pagnotta di pane da 1 kg costa 30 rupie, ovvero 40 centesimi. Vuol dire che la ricompensa per ogni rifiuto può essere inferiore a 1 centesimo. Pensiamo a quanti rifiuti potrebbero essere raccolti e remunerati con un fondo di 24 miliardi di dollari stanziati all’anno.. se ipotizzassimo di remunerare ogni rifiuto 1 centesimo, destinando pure 3/4 miliardi all’organizzazione e all’installazione di punti di raccolta rifiuti, con 20 miliardi di dollari si raccoglierebbero 2 mila miliardi di pezzi di scarto. Non ho i dati necessari per fare delle stime corrette, ma senza dubbio sarebbe un bel risparmio per le amministrazioni pubbliche indiane.

Certo questa misura non risolverebbe la fame nel mondo e i problemi dei rifiuti in India, ma potrebbe cominciare a creare un tassello per arrivare a misure ancora più efficaci. In Italia ad ogni modo sembra stare funzionando. Dal 2011, infatti, la campagna itinerante “Riciclare conviene” promossa da tetra Pak e la catena dei supermercati E.Leclerc-Conad ha raccolto oltre 150mila contenitori Tetra Pak in cambio di 55 mila “eco-scontrini” emessi. A Modena, Forlì, Rimini, Bologna, Santo Stefano di Magra, Terni, e quest’anno anche a Torino, sono state posizionate in determinate aree della città delle postazioni automatiche in cui, in certi periodi promozionali dell’anno, inserire i contenitori Tetra Pak. Così facendo si ottiene un eco-scontrino che dà diritto ad uno sconto sulla spesa presso i supermercati E.Leclerc-Conad. Un incentivo alla cultura del riciclo, per ricordare che impegnarsi per l’ambiente ha un duplice risultato, ambientale ma anche economico. Il rifiuto è una risorsa che consente di risparmiare denaro e materie prime. Per non parlare delle ricadute positive dei promotori, che così facendo possono contare su di un aumento e una fidelizzazione dei propri clienti.

Complice di questo successo è senz’altro la crisi, dove – lo sappiamo – gli incentivi economici sono i più potenti strumenti per muovere le persone verso una data direzione. E se questa direzione può portare benefici alla popolazione, all’ambiente e agli organismi privati e pubblici, perché non utilizzarli per risolvere quei problemi che sembrano ormai da troppo tempo irrisolvibili? Una soluzione, da qualche parte, c’è sempre. E se non servisse alla risoluzione definitiva, sarebbe comunque un miglioramento.