Il paradosso della regione beta

impazienza

Non ci avevo mai fatto realmente caso, ma quando ho letto l’articolo di Oliver Burkeman su Internazionale non ho potuto che condividerne l’incredibile ovvietà: i dolori più forti non sempre sono quelli che durano di più. Quando abbiamo un problema di salute importante, ad esempio, andiamo subito dal medico. Un bruciore di stomaco lieve ma persistente, invece, ce lo possiamo tenere anche per mesi (se non anni).

E’ quello che Dan Gilbert descrisse qualche anno fa come Paradosso della regione beta nell’articolo La strana longevità dei contrattempiIn pratica quando dobbiamo affrontare delle situazioni molto difficili si attivano dei meccanismi cognitivi che ci permettono di ragionare in fretta ed efficientemente, a volte anche con creatività ed ingegno.

Quando invece dobbiamo fare fronte a piccoli contrattempi andiamo in palla. Oliver Burkman riporta una serie di esempi tratti da un articolo su BuzzFeed intitolato “Ventitré problemi reali da primo mondo che la gente ha avuto da Whole Foods” (noto supermercato biologico anglo-americano). Vi invito a leggere la lista, è divertente al limite della disperazione.

Però è vero. Qualche sere fa io e un mio amico siamo quasi usciti esauriti dal tentativo estenuante di collegare il computer alla tv e quest’ultima alle casse di amplificazione: stavamo per farci la maratona de Lo Hobbit, era inconcepibile pensare di guardare il secondo capolavoro di Peter Jackson senza un impianto sonoro composto da sei casse, due frontali, due laterali e due posteriori. Inconcepibile. Quando poi abbiamo scoperto che avevamo bisogno di un cavo HD per collegare il tutto al mio mac…ci siamo quasi messi a piangere. Che idioti.

Eppure Gilbert ci assolve tutti con il paradosso della regione beta. Grazie Dan.

Advertisements

Dolcificanti: attenti al miele!

pane e miele

L’immagine di un barattolo di vetro contenente un liquido ambrato, dolce e fluido, una fetta tostata di pane ai cereali e una calda tazza di tè. E’ la merenda perfetta per questo periodo invernale, sana e nutriente. Nessuno dubiterebbe di questo. Una dolce interruzione pomeridiana in cui un cucchiaio colmo di un olio dorato ci riporta all’antica tradizione dell’apicoltura, ad un’atmosfera di boschi, fiori e animali. Al solo contatto con le papille gustative il protagonista di quest’avventura ci riporta in uno scenario quasi utopico.

E’ l’effetto del miele, o almeno la sensazione che ci suscita solo nominandolo.

La parte con cui ho aperto questo post vi potrebbe apparire una réclame pubblicitaria per una marca di miele appena lanciata. Non siete poi così lontani.

Qualche giorno fa la BBC ha pubblicato un articolo sulla ricerca condotta da Mintel sull’incremento dell’utilizzo del miele nei cibi e bevande più disparate in Gran Bretagna. Il nettare d’ape utilizzato come ingrediente per altri alimenti è infatti raddoppiato negli scorsi 4 anni, ora rappresenta il 4%.

Molti produttori alimentari hanno deciso infatti di abbandonare il comune zucchero bianco – pieno di connotazioni negative e poco salutari – con il miele, ingrediente genuino da molti associato a salute e poco calorico – senz’altro meno dello zucchero (1/3 degli americani ritiene che lo zucchero sia dannoso, mentre 6 su 10 sono convinti che il miele faccia bene alla loro salute).

Questo spiega il largo uso che che se ne fa in qualsiasi tipo di alimento, dal cioccolato allo yogurt, dalla birra alla carne. Anche i liquori adesso contengono miele, il Jack Daniels’ Tennessee Honey e il Three Barrels Honey brandy ne sono un esempio. Molti prodotti già in commerciano, invece, hanno semplicemente cambiato il nome: la pagnotta Warburtons si presenta ora con il nome Honey Wheat loaf mentre i cereali Sugar Puffs si chiamano Honey Monster Puffs. Dove tra l’altro, se si guarda bene l’immagine della confezione, c’è scritto che c’è il 20% in più di miele rispetto alla ricetta precedente. Quindi viene da dedurre che rimane lo zucchero di prima, in più è aggiunto ulteriore miele..

Sugar-puffs_Boxhoney

 

Chi ai vertici delle case di produzione sa bene che il miele ha una reputazione di salute e genuinità, e ha deciso di rispondere alle campagne contro lo zucchero bianco utilizzato finora usando questo raffinato escamotage.

E lo fanno utilizzando quella che Amos Tversky e Daniel Kahneman classificarono come euristica dell’ancoraggio. Come già trattate in altri miei post, le euristiche sono in psicologia delle regole semplici e immediate che servono a spiegare come le persone danno giudizi o prendono una decisione di fronte ad un problema complesso e con informazioni incomplete. Il sistema cognitivo umano, infatti, è un sistema a risorse limitato, che a differenza di un computer non riesce ad analizzare un’informazione attraverso complessi algoritmi, ma utilizza al suo posto delle strategie (euristiche) per semplificare decisioni e problemi. In particolare l’euristica dell’ancoraggio descrive la tendenza umana a fare troppo riferimento alle prime informazioni che si ricevono nel momento in cui si prende una decisione. Avviene una sorta di “ancoraggio” a ciò che appare più visibile, impedendo di leggere più in profondità e attivare la parte creativa e intuitiva della mente. (Chi fosse interessato a leggere le varie tipologie di euristiche, qui trova la Teoria del Prospetto di Kahneman e Tversky)

Così, la parola “miele” su di una confezione ci trasmette un’idea di salute e bontà che ci spinge a non dubitare della qualità dell’alimento e ci ritroviamo alla cassa con una marea di cereali al miele senza nemmeno aver controllato gli altri ingredienti presenti. E’ un po’ lo stesso che avviene quando vediamo “integrale”, o “biologico”. Quando poi leggiamo più attentamente scopriamo che di integrale c’è il 20% di farina e di biologico c’è solo il succo di limone..

Lo stesso vale per il miele. Perché se è vero che è meno calorico (contiene l’80% di zuccheri naturali, il 18% di acqua e il 2 % di minerali, polline e proteine), non tutti i mieli hanno le stesse proprietà e qualità. E certamente non possiamo essere così ingenui da pensare che le grosse produzioni alimentari facciano uso dei migliori mieli in produzione.

Detto questo…godiamoci pure i nostri torroni natalizi, ma facciamo attenzione la prossima volta che andiamo al supermercato, ricordiamoci dell’euristica dell’ancoraggio e delle strategie di marketing, non fermiamoci alle immagini sul fronte delle confezioni, ma cerchiamo di avere la pazienza e il giudizio sufficiente per continuare a leggere e indagare quali altri ingredienti stiamo comprando.