L’italiano: una questione di etica

E’ passato molto tempo dall’ultimo post su questo blog. Tanto e’ successo in questo passato anno e mezzo e tanto è cambiato dentro e fuori di me. Con più certezze ma anche con più sfide da affrontare, oggi vorrei condividere una riflessione che facevo mentre tornavo a casa dopo il lavoro.

Mi trovo a Houston, Texas ormai da più di un anno e sto cominciando ad apprezzare le differenze culturali e sociali che questo ‘nuovo mondo’ presenta rispetto alla mia più anziana Italia. Con diverse perplessità sullo stato civile di questo Paese (a mio parere quasi nullo) la mia riflessione stasera era più che altro sulla conformità di valori e sul rispetto della legge.

Di fronte ad uno dei più buoni hamburger di Houston, lo scorso weekend parlavo con degli amici italiani di Renzi e delle nostre impressioni sul suo mandato. Per non dilungarmi troppo nei dettagli, il succo della conversazione è che, anche se chi tiene le redini ci mette tutta la buona volontà, l’italiano è fatto in modo che di fonte ad una regola si scervella in ogni modo per trovare il modo di eluderla.

La domanda che ho posto prima di tutto a me stessa e poi ai miei amici è stata: come cambiare questo fenomeno? Non ci siamo dati una risposta quel giorno, la conversazione ha cambiato corso e solo stasera l’ho recuperata per arrivare ad una mia risposta.

Parte della mia riflessione è scaturita dal fatto che uno di questi amici con cui ho condiviso un buon pranzo ed una serena conversazione sulla politica italiana, persona che stimo molto sempre attenta e corretta, qualche tempo prima mi aveva confidato che da qualche tempo va in palestra utilizzando il suo vecchio abbonamento, ormai scaduto.

Riflettendo sul comportamento del mio amico non posso che pensare che il suo è un furto. Di una struttura e di un servizio, ma sempre un furto è. Questo giudizio, però, è ovviamente basato sulla mia etica e sui miei valori. Dico ovviamente perché se per me entrare in palestra con un abbonamento scaduto è un comportamento delinquenziale, per il mio amico non lo è. E’ invece un atto socialmente accettabile e ripetibile nel corso del tempo.

La pratica dell’elusione della legge è dunque una questione di etica?

Etimologicamente etica è ciò che è bene e ciò che è male, la distinzione tra giusto e sbagliato. Come mai io e il mio amico abbiamo un’etica diversa nonostante proveniamo dallo stesso Paese e condividiamo simili esperienze e ambizioni di vita dato che ci troviamo nello stesso posto a fare lo stesso lavoro? Devo ammettere che il fatto che questa persona sia meridionale, mentre io sono del nord ha rappresentato una delle prime risposte che mi sono data. Ricordo che i miei mi raccontarono di un loro caro amico che dal meridione aveva rinunciato a seguire la compagnia, trasferitasi in Toscana per lavoro, perché lì non avrebbe potuto utilizzare infiniti giorni di malattia senza bisogno del certificato medico.

Ora è vero che a casa mia queste cose non succedono, mentre un po’ in basso sono frequenti. E’ anche vero però che le tasse non le pagano ovunque e comunque un modo per accelerare le procedure viene ricercato ovunque, seppur con frequenza e successo diversi.

Non volendo però con questa riflessione giudicare nessuno, la mia preoccupazione sta nel trovare una soluzione a questa differenza di valori. Come faccio a legiferare una legge che è considerata obbligatoria per tutti e non opzionale per qualcuno?

Leggevo che negli USA sin da piccoli i bambini ricevono un’educazione che sostiene la maggioranza, conformità e contrasta l’individualità. Se questa pratica è anch’essa discutibile, certo sembra fornire un’uniformità di valori che è mantenuta nel corso degli anni. Se il codice stradale dice che ti devi fermare allo stop, oh questi si fermano anche se è una stradina isolata dove non passa un’anima da anni nemmeno a volerlo. Alla receptionist non controllano la data di scadenza del tuo abbonamento perché a nessuno verrebbe in mente di usufruire di un servizio senza averlo pagato. All’esame teorico per la patente, nessuno sta a controllare che tu non copi, perché copiare è scorretto e qui non è d’uso.

Ovviamente è stressare in positivo un Paese che di difetti ne ha, eccome. A mio parere, comunque, presenta su alcuni aspetti caratteristiche simili ai nostri paesi del nord d’Europa (Danimarca, Germania, Norvegia e Svezia) dove l’evasione alle tasse è a livelli molto bassi.

Per concludere questa mia riflessione: forse non c’è da puntare troppo sull’elaborazione di strumenti giuridici per ridurre l’elusione alle leggi. Forse dobbiamo invece pensare a come uniformare un’etica comune a tutti gli Italiani. Come fare? Ancora non lo so. Secondo me è una questione di cultura e mentalità. E se così fosse, sono ottimista. La mia generazione, o generazione Y come va di moda ultimamente tra gli economisti, è caratterizzata da una necessità – volente o nolente – di allontanarsi da casa, di vivere in realtà differenti, di adattarsi a mentalità diverse. E se siamo bravi a fare tesoro di queste esperienze, questo significa apportare al nostro Bel Paese un’aria nuova, più fresca e, perché no, più eticamente corretta.

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Write or Die, un’App per i temporeggiatori

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Sto seguendo da qualche settimana un corso su Coursera intitolato Learning how to Learn, powerful mental tools to help you master tough subjects (Impara ad imparare: potenti strumenti mentali che ti aiuteranno a masticare argomenti complessi).

Come altri corsi che ho frequentato su Coursera, anche questo è molto ben fatto e organizzato. Settimana scorsa, oltre alle video lezioni, c’era la possibilità di ascoltare delle video interviste a professori o professionisti che si occupano di tecniche di apprendimento e creatività. Sono state tutte molto interessanti, ma quella a Daphne Grey Grant mi ha dato lo stimolo per questo post.

Daphne è stata senior editor per diversi anni per un quotidiano canadese, ma dopo aver partorito tre gemelli in un colpo solo, 20 anni fa ha deciso di dedicare la sua principale occupazione alla gestione familiare e incentrare la sua vita professionale nel suo blog in cui da’ lezioni e consigli su metodi e strumenti utili per scrivere facilmente e velocemente. Nell’intervista che ho seguito affrontava il tema del temporeggiare, e della fatica di superare  il blocco della pagina bianca. L’errore principale che si commette in questi casi, spiegava, è quello di voler scrivere usando un editing mode, ossia tendiamo ad anticipare la fase di revisione e correzione nel momento stesso in cui buttiamo giù le idee. In questo modo, però, blocchiamo il nostro writing mode, stato mentale più creativo che dovrebbe essere invece lasciato libero di ogni limitazione per fluire pieno di idee.

La preoccupazione della forma più che del contenuto sembra dunque essere uno degli errori principali che mettiamo in atto quando scriviamo e rappresenta la causa del blocco dello scrittore.

Ci sono diverse tecniche però che vengono in aiuto, come ad esempio il mind-mapping, che consiste nello scrivere nel centro di un foglio il tema principale di cui vogliamo parlare, per poi cominciare a formare tutta una serie di ramificazioni che rappresentano le idee e le connessioni mentali che abbiamo in riferimento a quel tema.

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Se questo metodo non dovesse funzionare, e siete delle persone amanti della tecnologia, c’è anche un’ App molto simpatica che si chiama Write or Die (qui il sito dove potete scaricarla). Questa fa leva su tutta una serie di fattori che vengono coinvolti nell’atto dello scrivere e che ci portano a procrastinare. L’idea di fondo è: se smetti di scrivere, ci sono delle conseguenze. Una volta installata l’applicazione e definito il numero di parole che si intende scrivere, infatti, se si interrompe il tamburellare sui tasti per un tot di secondi, l’urlo di un neonato o il suono di una sirena fanno da sottofondo ad una serie di insetti piuttosto raccapriccianti che cominciano a comparire sullo schermo. L’unico modo per far scomparire urla e mostri è quello di ricominciare a scrivere qualcosa. Volendo cambiare il setting, adesso con la nuova versione è possibile anche definire uno sfondo piacevole e rilassante che stimola la nostra creatività, ma nel momento in cui ci interrompiamo questo comincia a svanire fino a scomparire. Unica via d’uscita, come prima, è quella di riprendere a scrivere.

Così facendo non abbiamo tempo di far scattare l’editing mode prima ancora che il writing mode abbia concluso la sua creazione. E’ previsto anche un premio nel momento in cui si raggiunge l’obiettivo desiderato: ad esempio, dopo un tot di parole digitate possiamo decidere di far comparire delle immagini piacevoli o la nostra canzone preferita. Tutto questo per darci degli stimoli ulteriori a concludere quanto iniziato e farla finita una volta per tutte con il procrastinare.

Detto questo…foglio bianco, non mi fai più paura !

Il paradosso della regione beta

impazienza

Non ci avevo mai fatto realmente caso, ma quando ho letto l’articolo di Oliver Burkeman su Internazionale non ho potuto che condividerne l’incredibile ovvietà: i dolori più forti non sempre sono quelli che durano di più. Quando abbiamo un problema di salute importante, ad esempio, andiamo subito dal medico. Un bruciore di stomaco lieve ma persistente, invece, ce lo possiamo tenere anche per mesi (se non anni).

E’ quello che Dan Gilbert descrisse qualche anno fa come Paradosso della regione beta nell’articolo La strana longevità dei contrattempiIn pratica quando dobbiamo affrontare delle situazioni molto difficili si attivano dei meccanismi cognitivi che ci permettono di ragionare in fretta ed efficientemente, a volte anche con creatività ed ingegno.

Quando invece dobbiamo fare fronte a piccoli contrattempi andiamo in palla. Oliver Burkman riporta una serie di esempi tratti da un articolo su BuzzFeed intitolato “Ventitré problemi reali da primo mondo che la gente ha avuto da Whole Foods” (noto supermercato biologico anglo-americano). Vi invito a leggere la lista, è divertente al limite della disperazione.

Però è vero. Qualche sere fa io e un mio amico siamo quasi usciti esauriti dal tentativo estenuante di collegare il computer alla tv e quest’ultima alle casse di amplificazione: stavamo per farci la maratona de Lo Hobbit, era inconcepibile pensare di guardare il secondo capolavoro di Peter Jackson senza un impianto sonoro composto da sei casse, due frontali, due laterali e due posteriori. Inconcepibile. Quando poi abbiamo scoperto che avevamo bisogno di un cavo HD per collegare il tutto al mio mac…ci siamo quasi messi a piangere. Che idioti.

Eppure Gilbert ci assolve tutti con il paradosso della regione beta. Grazie Dan.

Dolcificanti: attenti al miele!

pane e miele

L’immagine di un barattolo di vetro contenente un liquido ambrato, dolce e fluido, una fetta tostata di pane ai cereali e una calda tazza di tè. E’ la merenda perfetta per questo periodo invernale, sana e nutriente. Nessuno dubiterebbe di questo. Una dolce interruzione pomeridiana in cui un cucchiaio colmo di un olio dorato ci riporta all’antica tradizione dell’apicoltura, ad un’atmosfera di boschi, fiori e animali. Al solo contatto con le papille gustative il protagonista di quest’avventura ci riporta in uno scenario quasi utopico.

E’ l’effetto del miele, o almeno la sensazione che ci suscita solo nominandolo.

La parte con cui ho aperto questo post vi potrebbe apparire una réclame pubblicitaria per una marca di miele appena lanciata. Non siete poi così lontani.

Qualche giorno fa la BBC ha pubblicato un articolo sulla ricerca condotta da Mintel sull’incremento dell’utilizzo del miele nei cibi e bevande più disparate in Gran Bretagna. Il nettare d’ape utilizzato come ingrediente per altri alimenti è infatti raddoppiato negli scorsi 4 anni, ora rappresenta il 4%.

Molti produttori alimentari hanno deciso infatti di abbandonare il comune zucchero bianco – pieno di connotazioni negative e poco salutari – con il miele, ingrediente genuino da molti associato a salute e poco calorico – senz’altro meno dello zucchero (1/3 degli americani ritiene che lo zucchero sia dannoso, mentre 6 su 10 sono convinti che il miele faccia bene alla loro salute).

Questo spiega il largo uso che che se ne fa in qualsiasi tipo di alimento, dal cioccolato allo yogurt, dalla birra alla carne. Anche i liquori adesso contengono miele, il Jack Daniels’ Tennessee Honey e il Three Barrels Honey brandy ne sono un esempio. Molti prodotti già in commerciano, invece, hanno semplicemente cambiato il nome: la pagnotta Warburtons si presenta ora con il nome Honey Wheat loaf mentre i cereali Sugar Puffs si chiamano Honey Monster Puffs. Dove tra l’altro, se si guarda bene l’immagine della confezione, c’è scritto che c’è il 20% in più di miele rispetto alla ricetta precedente. Quindi viene da dedurre che rimane lo zucchero di prima, in più è aggiunto ulteriore miele..

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Chi ai vertici delle case di produzione sa bene che il miele ha una reputazione di salute e genuinità, e ha deciso di rispondere alle campagne contro lo zucchero bianco utilizzato finora usando questo raffinato escamotage.

E lo fanno utilizzando quella che Amos Tversky e Daniel Kahneman classificarono come euristica dell’ancoraggio. Come già trattate in altri miei post, le euristiche sono in psicologia delle regole semplici e immediate che servono a spiegare come le persone danno giudizi o prendono una decisione di fronte ad un problema complesso e con informazioni incomplete. Il sistema cognitivo umano, infatti, è un sistema a risorse limitato, che a differenza di un computer non riesce ad analizzare un’informazione attraverso complessi algoritmi, ma utilizza al suo posto delle strategie (euristiche) per semplificare decisioni e problemi. In particolare l’euristica dell’ancoraggio descrive la tendenza umana a fare troppo riferimento alle prime informazioni che si ricevono nel momento in cui si prende una decisione. Avviene una sorta di “ancoraggio” a ciò che appare più visibile, impedendo di leggere più in profondità e attivare la parte creativa e intuitiva della mente. (Chi fosse interessato a leggere le varie tipologie di euristiche, qui trova la Teoria del Prospetto di Kahneman e Tversky)

Così, la parola “miele” su di una confezione ci trasmette un’idea di salute e bontà che ci spinge a non dubitare della qualità dell’alimento e ci ritroviamo alla cassa con una marea di cereali al miele senza nemmeno aver controllato gli altri ingredienti presenti. E’ un po’ lo stesso che avviene quando vediamo “integrale”, o “biologico”. Quando poi leggiamo più attentamente scopriamo che di integrale c’è il 20% di farina e di biologico c’è solo il succo di limone..

Lo stesso vale per il miele. Perché se è vero che è meno calorico (contiene l’80% di zuccheri naturali, il 18% di acqua e il 2 % di minerali, polline e proteine), non tutti i mieli hanno le stesse proprietà e qualità. E certamente non possiamo essere così ingenui da pensare che le grosse produzioni alimentari facciano uso dei migliori mieli in produzione.

Detto questo…godiamoci pure i nostri torroni natalizi, ma facciamo attenzione la prossima volta che andiamo al supermercato, ricordiamoci dell’euristica dell’ancoraggio e delle strategie di marketing, non fermiamoci alle immagini sul fronte delle confezioni, ma cerchiamo di avere la pazienza e il giudizio sufficiente per continuare a leggere e indagare quali altri ingredienti stiamo comprando.

 

 

Scelte etiche e Nudge: come invogliare a prendere decisioni più consapevoli

mondo ecologico

Le emozioni sono un elemento determinante per prendere una decisione. Questo ormai lo sappiamo. Ma che anche per comportarsi in maniera più etica devono giocare una serie di emozioni, questo non era scontato.
Alcuni valori, quelli sì, si può logicamente pensare che orientino verso una scelta piuttosto che a un’altra.
Eppure Ahir Gopaldas, nel suo ultimo articolo sul Journal of Consumer Research, mette in luce alcune emozioni che entrano in gioco nel determinare l’acquisto di un prodotto equo solidale o environment friendly

Dopo aver condotto un’analisi su più di una dozzina di siti online per la difesa di scelte etiche e aver condotto interviste at-home, Ahir ha elencato il disgusto, il coinvolgimento e l’auto-celebrazione come i motori principi che ci spingono a ricordarci dell’ambiente, del costo e della dignità del lavoro, della solidarietà.

Quando proviamo disgusto, infatti, proviamo rabbia. Rabbia verso tutte quelle grosse compagnie (e istituzioni governative che fanno volentieri finta di niente) che non hanno remore a sfruttare il personale o ad usare stratagemmi di ogni sorta per invogliare la gente a comprare tutti quei cibi spazzatura che fanno ingrassare solo a guardarli (e non parlo solo di un uso massiccio della pubblicità, ma anche – e soprattutto – dell’uso di sostanze che creano dipendenza, dei test sulla croccantezza che da’ maggiore soddisfazione, e quelli sul profumo che provoca maggior acquolina in bocca).

Il coinvolgimento, invece, ci rende preoccupati ed interessati alla condizione di quei lavoratori vittime dello sfruttamento, degli animali trattati con crudeltà, dell’ecosistema, delle generazioni future.

L’auto-congratulazione, infine, deriva dalla gioia di aver fatto una scelta responsabile e di aver, in questo modo, contribuito a rendere questo mondo migliore.

Forse, quindi, bisognerebbe considerare di più il ruolo delle emozioni per motivare a scelte più responsabili. La rabbia, infatti, potrebbe limitare il consumo di determinati prodotti; il coinvolgimento servirebbe ad aumentare le donazioni in progetti di solidarietà; mentre la celebrazione di se stessi aiuterebbe a mantenersi più determinati in programmi di raccolta differenziata, ad esempio.

Ahir termina il proprio articolo così: “non basta cambiare la mente delle persone, bisogna prima convincere il loro cuore“.

Paese che vai, pubblicità che trovi

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Eccomi di nuovo in carreggiata, cari lettori !

Mi sono trasferita a Houston ormai da un mesetto e mezzo e tra la ricerca di un’appartamento, i coinquilini con cui condividerlo, l’inizio del lavoro e i suoi orari da stacanovista trovo solo oggi il tempo di dedicare un bel pomeriggio di sole al mio blog.

Prima di cominciare l’argomento di oggi voglio scusarmi in anticipo con i lettori più esigenti. Vi accorgerete, infatti, che i post futuri avranno un’impostazione più di tipo sociologica e di costume che legale. La mancanza di tempo (sto vivendo in prima persona i tanto famigerati ritmi lavorativi degli americani quasi inconcepibili a noi italiani) non mi permette di dedicarne molto alle ricerche che stanno alla base dei miei soliti post. Mi impegnerò tuttavia affinché questi siano il più interessanti, piacevoli e precisi possibili. E magari una finestra aperta su questo Nuovo Mondo che F.S. Fitzgerald una volte descrisse così:

America…a design for the whole human race, the last and greatest of all human dreams – or nothing.                                                                                                                                 (in italiano potremmo riassumerlo più o meno così: America – il sogno o il nulla? )

In uno dei miei ultimi post ho parlato dell’India. In effetti non ci sarebbe bisogno di andare così lontano per notare delle forti diversità. Gli Stati Uniti presentano così tante sottili differenze e peculiarità rispetto a ciò che a noi Europei (in questo caso, cari lettori, mi sento legittimata a raggruppare tutti i 45 indipendentissimi Stati europei e a identificarci tutti sotto lo stesso appellativo) risulta comune e ordinario, da rendere questo Paese un oceano pieno di interessantissimi pesci da pescare e analizzare.

Cominciamo con uno dei fenomeni più diffusi negli Usa: la televisione. Qui quella scatola nera – che diventa ogni giorno più sottile – è una compagnia amatissima. Tanto che quando nel 1977 la “Detroit Free Press” finanziò un progetto per cui  veniva offerto un premio di 500 dollari per non guardare la tv per un mese, 93 delle 120 famiglie selezionate si rifiutarono di collaborare (Joan Hanauer, The tube Unplugged – 5 Families Describe Painful Or- deal, in ” San Francisco Chronicle Date Book”, 8 gennaio 1978).

Una delle caratteristiche della televisione americana è la grande varietà di programmi, interrotti però di continuo da un certo numero di spot pubblicitari. E qui viene il tema interessante. Vi ricordate quando nel post La forza del conformismo ho introdotto il tema della pack mentality? L’istinto all’emulazione è il tallone d’achille di noi consumatori su cui gli esperti di marketing non si fanno scrupoli e sfruttano a proprio vantaggio. Frasi del tipo “Questo prodotto è il preferito dalla maggioranza” o che “sempre più persone stanno abbandonando un’altra marca per passare alla loro” sono divenute familiari alle nostre orecchie. Ebbene, in America i pubblicitari utilizzano un’arma in più per aumentare le vendite. Infatti, è ormai noto a chi del settore, che l’Americano ha un culto imprenscindibile nel Nuovo (non a caso vive in quello che viene definito come Nuovo Mondo). La fede che gli statunitensi ripongono in tutto ciò che è novità rende quest’ultima conseguentemente positiva. Ciò che è innovazione è senza dubbio bello ed efficiente. Tutto ciò che è passato, rappresenta invece il superato, e quindi – nelle migliori delle ipotesi – non degno di attenzione, altrimenti addirittura bollato di mediocrità e inefficienza.

Le pubblicità americane, quindi, non posano particolare attenzione sulla quantità di persone che hanno già acquistato un determinato prodotto (che comunque può rappresentare un valido parametro di giudizio), piuttosto accentuano la novità di quest’ultimo. Ovunque si legge “brand-new” (nuovo di zecca), qualificazione che da sola è indice di qualità. E ciò accade anche su prodotti come la pasta che, con anche tutta l’immaginazione possibile, difficilmente si comprende quale possa essere l’ingrediente prodigioso. (E pensare che da noi più un prodotto segue la ricetta originaria più è ricercato e di qualità…).

E non ci si ferma qui. Perché anche l’ampiezza della divulgazione pubblicitaria può far crescere gli introiti. Don’t forget that this soup is nationally advertised ! La pubblicizzazione di un prodotto a livello nazionale è presentata come dimostrazione della sua qualità.

Paul Watzlawick, nel suo libro “America, istruzioni per l’uso” parla della capacità americana di usare spettacolarmente la semantica per abbellire un prodotto mediocre. E secondo lui non c’è bisogno di accendere la tv per rendersene conto. Basta andare al ristorante e ordinare da mangiare. I menu, infatti, non sono una successione di piatti che offre il locale, ma un’avventura culinaria. “Delicious garden grown peas” “our very special, home made cheesecake”, “mouth watering”, …

Personalmente non ci ho ancora fatto caso, la prossima volta che mangerò fuori ci farò attenzione. Per il momento, dopo un buon tè verde servito nel più che popolare bicchiere di cartone bianco di Starbucks, mi dirigerò a casa a prepararmi la cena a base di pennette, zucchine e della sorella a stelle e strisce della mia amata ricotta.

La politica contro la lotta alla fame

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Nel quotidiano LaRepubblica dello scorso 11 dicembre, Carlo Petrini intitola il suo articolo “Il diritto al cibo”. Riflettendo sulle parole che Papa Francesco aveva pronunciato il lunedì precedente in occasione del lancio della nuova campagna della Caritas Internationalis contro la fame, riporta all’attenzione lo “scandalo mondiale” della morte per fame. L’aspetto interessante nel discorso del Papa che Petrini sottolinea sta nel monito a tutti noi a “diventare più consapevoli delle nostre scelte alimentari che spesso comportano spreco di cibo e cattivo uso delle risorse a nostra disposizione”. Passa, dunque, da una prospettiva in cui la fame era una disgrazia della storia e i ricchi caritatevoli aiutavano i più sfortunati, a quella per cui se più di un miliardo di persone oggi muore di fame è colpa del sistema alimentare e produttivo in cui noi tutti giochiamo un ruolo e abbiamo una parte. Il nostro stile di vita è parte del problema, ma anche della soluzione.

Un cambiamento nelle nostre abitudini alimentari, infatti, potrebbe aiutare a ridurre questa discrepanza tra i Paesi ricchi e quelli poveri. Ricordo di essere diventata vegetariana quando, due anni fa, vidi il documentario “Taste the waste” (di cui consiglio vivamente la visione!). Il documentario denunciava gli sprechi alimentari dell’occidente, e in particolare mi aveva colpito la parte in cui mostrava quanto il prezzo degli alimenti base (cereali) fosse con gli anni aumentato a causa del fenomeno degli allevamenti intensivi. E ciò ha determinato grosse difficoltà per le popolazioni più povere di acquistare questo alimento base. Il regista, Valentine Thurn, ha poi calcolato che la quantità di cibo buttato ogni anno dai Paesi ricchi potrebbe essere disposto immaginariamente lungo la linea dell’equatore e ricoprirne l’intero percorso, e da solo sfamare per più di un anno l’intera Etiopia. Insomma, di dati e di notizie ce ne sono. Ma perché ancora così poche persone ne sono a conoscenza? Cosa potrebbe invertire la rotta del consumismo occidentale? Come fare a sensibilizzare le persone su questo tema in modo effettivo?

Petrini, nel suo articolo, lancia un appello alla politica, e ai partiti politici. E’ arrivato il momento che la politica stessa cominci a trattare nei propri programmi il tema dell’alimentazione e le questioni ambientali.

Letto l’articolo mi sono subito confrontata con un caro amico, Luca Zitiello che, interessato da molti anni alla politica, ha da poco creato un comitato elettorale per Matteo Renzi a Milano – questo il suo sito online. Essendo lui una persona molto attenta alle proprie scelte alimentari, gli ho domandato se nella sua attività politica sarebbe disposto a introdurre il tema di una corretta alimentazione. La risposta è stata ovviamente entusiasta, ma non completamente affermativa. Come fare con le multinazionali che hanno fatto “fisicamente” fuori chiunque abbia cercato di criticare e opporsi ai loro prodotti commerciali? Non sarebbe la prima volta che i politici si tirano indietro di fronte alla minaccia d’interessi più forti.

Ma forse l’approccio al problema potrebbe cambiare in modo che le multinazionali non si sentano chiamate in causa. E così i politici potrebbero portare avanti la loro buona causa e le grandi industrie alimentari non avrebbero di cui lamentarsi con nessuno.

Nella maggior parte delle volte, infatti, per combattere il consumo di prodotti così detti “junk food” si è cominciata una vera e propria guerra contro le multinazionali e i loro metodi produttivi.

Ma questa tattica, a quanto pare, non ha mai portato a risultati soddisfacenti.

Le scienze comportamentali ne spiegano il motivo. Studi sperimentali hanno mostrato infatti due fenomeni importanti:

– le persone si mostrano più collaborative quando le si esorta a comportarsi nel modo più virtuoso, piuttosto che quando si vieta loro di fare qualcosa

– se si mostrano i risultati che hanno raggiunto altri, le persone tendono a comportarsi altrettanto per raggiungere o superare quel risultato

Risulta poco efficace, quindi, criticare il consumo di un dato prodotto alimentare. Piuttosto sembra più indicato mostrare gli effetti positivi che alcuni alimenti hanno sulla nostra salute e sull’ambiente in cui viviamo. Se poi si comincia a diffondere la voce che la maggioranza della popolazione ricicla, mangia meno carne e cibo spazzatura, il risultato sarà senz’altro quello auspicato. Come già ho spiegato nel post La forza del conformismo e nello scorso Povertà e inquinamento, una risposta possibile nei Paesi emergenti l’influenza sociale è uno degli strumenti più potenti per muovere le masse. (al mio amico Luca: gli incontri che organizzate invece di farli nei locali della vecchia milano potreste farli utilizzando il servizio catering che Altromercato – consorzio ben conosciuto di commercio equo solidale – mette a disposizione per privati e aziende, oppure proprio dietro porta Romana c’è un posto incantato che si basa sul lavoro volontario dei cittadini milanesi: la Cascina Cuccagna !)

Altre strategie e stratagemmi sono possibili e molte menti fantasiose di studiosi del comportamento ne stanno già escogitando di nuovi. In questo blog ne riporterò molti, l’argomento è molto attuale e di estrema importanza per la qualità stessa dell’ambiente in cui viviamo e che daremo in dote alle generazioni future (a questo proposito vi consiglio la lettura dell’articolo di Naomi Klein su Internazionale dello scorso 23 novembre. Riporta l’intervento mozzafiato dello scienziato Brad Werner all’American Geophysical Uninion). A gennaio poi partirò per gli Stati Uniti – a Houston per la precisione – e per un anno e mezzo vivrò nel Paese che più attivamente sta lottando contro le cattive abitudini alimentari: sarà interessante vedere in che modo lo sta facendo.

Ad ogni modo, seguendo paradigmi principali che ho esposto sopra, i politici possono stare tranquilli che non verranno “gambizzati” da nessun signor Pringles.

Buon anno a tutti!