L’italiano: una questione di etica

E’ passato molto tempo dall’ultimo post su questo blog. Tanto e’ successo in questo passato anno e mezzo e tanto è cambiato dentro e fuori di me. Con più certezze ma anche con più sfide da affrontare, oggi vorrei condividere una riflessione che facevo mentre tornavo a casa dopo il lavoro.

Mi trovo a Houston, Texas ormai da più di un anno e sto cominciando ad apprezzare le differenze culturali e sociali che questo ‘nuovo mondo’ presenta rispetto alla mia più anziana Italia. Con diverse perplessità sullo stato civile di questo Paese (a mio parere quasi nullo) la mia riflessione stasera era più che altro sulla conformità di valori e sul rispetto della legge.

Di fronte ad uno dei più buoni hamburger di Houston, lo scorso weekend parlavo con degli amici italiani di Renzi e delle nostre impressioni sul suo mandato. Per non dilungarmi troppo nei dettagli, il succo della conversazione è che, anche se chi tiene le redini ci mette tutta la buona volontà, l’italiano è fatto in modo che di fonte ad una regola si scervella in ogni modo per trovare il modo di eluderla.

La domanda che ho posto prima di tutto a me stessa e poi ai miei amici è stata: come cambiare questo fenomeno? Non ci siamo dati una risposta quel giorno, la conversazione ha cambiato corso e solo stasera l’ho recuperata per arrivare ad una mia risposta.

Parte della mia riflessione è scaturita dal fatto che uno di questi amici con cui ho condiviso un buon pranzo ed una serena conversazione sulla politica italiana, persona che stimo molto sempre attenta e corretta, qualche tempo prima mi aveva confidato che da qualche tempo va in palestra utilizzando il suo vecchio abbonamento, ormai scaduto.

Riflettendo sul comportamento del mio amico non posso che pensare che il suo è un furto. Di una struttura e di un servizio, ma sempre un furto è. Questo giudizio, però, è ovviamente basato sulla mia etica e sui miei valori. Dico ovviamente perché se per me entrare in palestra con un abbonamento scaduto è un comportamento delinquenziale, per il mio amico non lo è. E’ invece un atto socialmente accettabile e ripetibile nel corso del tempo.

La pratica dell’elusione della legge è dunque una questione di etica?

Etimologicamente etica è ciò che è bene e ciò che è male, la distinzione tra giusto e sbagliato. Come mai io e il mio amico abbiamo un’etica diversa nonostante proveniamo dallo stesso Paese e condividiamo simili esperienze e ambizioni di vita dato che ci troviamo nello stesso posto a fare lo stesso lavoro? Devo ammettere che il fatto che questa persona sia meridionale, mentre io sono del nord ha rappresentato una delle prime risposte che mi sono data. Ricordo che i miei mi raccontarono di un loro caro amico che dal meridione aveva rinunciato a seguire la compagnia, trasferitasi in Toscana per lavoro, perché lì non avrebbe potuto utilizzare infiniti giorni di malattia senza bisogno del certificato medico.

Ora è vero che a casa mia queste cose non succedono, mentre un po’ in basso sono frequenti. E’ anche vero però che le tasse non le pagano ovunque e comunque un modo per accelerare le procedure viene ricercato ovunque, seppur con frequenza e successo diversi.

Non volendo però con questa riflessione giudicare nessuno, la mia preoccupazione sta nel trovare una soluzione a questa differenza di valori. Come faccio a legiferare una legge che è considerata obbligatoria per tutti e non opzionale per qualcuno?

Leggevo che negli USA sin da piccoli i bambini ricevono un’educazione che sostiene la maggioranza, conformità e contrasta l’individualità. Se questa pratica è anch’essa discutibile, certo sembra fornire un’uniformità di valori che è mantenuta nel corso degli anni. Se il codice stradale dice che ti devi fermare allo stop, oh questi si fermano anche se è una stradina isolata dove non passa un’anima da anni nemmeno a volerlo. Alla receptionist non controllano la data di scadenza del tuo abbonamento perché a nessuno verrebbe in mente di usufruire di un servizio senza averlo pagato. All’esame teorico per la patente, nessuno sta a controllare che tu non copi, perché copiare è scorretto e qui non è d’uso.

Ovviamente è stressare in positivo un Paese che di difetti ne ha, eccome. A mio parere, comunque, presenta su alcuni aspetti caratteristiche simili ai nostri paesi del nord d’Europa (Danimarca, Germania, Norvegia e Svezia) dove l’evasione alle tasse è a livelli molto bassi.

Per concludere questa mia riflessione: forse non c’è da puntare troppo sull’elaborazione di strumenti giuridici per ridurre l’elusione alle leggi. Forse dobbiamo invece pensare a come uniformare un’etica comune a tutti gli Italiani. Come fare? Ancora non lo so. Secondo me è una questione di cultura e mentalità. E se così fosse, sono ottimista. La mia generazione, o generazione Y come va di moda ultimamente tra gli economisti, è caratterizzata da una necessità – volente o nolente – di allontanarsi da casa, di vivere in realtà differenti, di adattarsi a mentalità diverse. E se siamo bravi a fare tesoro di queste esperienze, questo significa apportare al nostro Bel Paese un’aria nuova, più fresca e, perché no, più eticamente corretta.

Il paradosso della regione beta

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Non ci avevo mai fatto realmente caso, ma quando ho letto l’articolo di Oliver Burkeman su Internazionale non ho potuto che condividerne l’incredibile ovvietà: i dolori più forti non sempre sono quelli che durano di più. Quando abbiamo un problema di salute importante, ad esempio, andiamo subito dal medico. Un bruciore di stomaco lieve ma persistente, invece, ce lo possiamo tenere anche per mesi (se non anni).

E’ quello che Dan Gilbert descrisse qualche anno fa come Paradosso della regione beta nell’articolo La strana longevità dei contrattempiIn pratica quando dobbiamo affrontare delle situazioni molto difficili si attivano dei meccanismi cognitivi che ci permettono di ragionare in fretta ed efficientemente, a volte anche con creatività ed ingegno.

Quando invece dobbiamo fare fronte a piccoli contrattempi andiamo in palla. Oliver Burkman riporta una serie di esempi tratti da un articolo su BuzzFeed intitolato “Ventitré problemi reali da primo mondo che la gente ha avuto da Whole Foods” (noto supermercato biologico anglo-americano). Vi invito a leggere la lista, è divertente al limite della disperazione.

Però è vero. Qualche sere fa io e un mio amico siamo quasi usciti esauriti dal tentativo estenuante di collegare il computer alla tv e quest’ultima alle casse di amplificazione: stavamo per farci la maratona de Lo Hobbit, era inconcepibile pensare di guardare il secondo capolavoro di Peter Jackson senza un impianto sonoro composto da sei casse, due frontali, due laterali e due posteriori. Inconcepibile. Quando poi abbiamo scoperto che avevamo bisogno di un cavo HD per collegare il tutto al mio mac…ci siamo quasi messi a piangere. Che idioti.

Eppure Gilbert ci assolve tutti con il paradosso della regione beta. Grazie Dan.

Paese che vai, pubblicità che trovi

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Eccomi di nuovo in carreggiata, cari lettori !

Mi sono trasferita a Houston ormai da un mesetto e mezzo e tra la ricerca di un’appartamento, i coinquilini con cui condividerlo, l’inizio del lavoro e i suoi orari da stacanovista trovo solo oggi il tempo di dedicare un bel pomeriggio di sole al mio blog.

Prima di cominciare l’argomento di oggi voglio scusarmi in anticipo con i lettori più esigenti. Vi accorgerete, infatti, che i post futuri avranno un’impostazione più di tipo sociologica e di costume che legale. La mancanza di tempo (sto vivendo in prima persona i tanto famigerati ritmi lavorativi degli americani quasi inconcepibili a noi italiani) non mi permette di dedicarne molto alle ricerche che stanno alla base dei miei soliti post. Mi impegnerò tuttavia affinché questi siano il più interessanti, piacevoli e precisi possibili. E magari una finestra aperta su questo Nuovo Mondo che F.S. Fitzgerald una volte descrisse così:

America…a design for the whole human race, the last and greatest of all human dreams – or nothing.                                                                                                                                 (in italiano potremmo riassumerlo più o meno così: America – il sogno o il nulla? )

In uno dei miei ultimi post ho parlato dell’India. In effetti non ci sarebbe bisogno di andare così lontano per notare delle forti diversità. Gli Stati Uniti presentano così tante sottili differenze e peculiarità rispetto a ciò che a noi Europei (in questo caso, cari lettori, mi sento legittimata a raggruppare tutti i 45 indipendentissimi Stati europei e a identificarci tutti sotto lo stesso appellativo) risulta comune e ordinario, da rendere questo Paese un oceano pieno di interessantissimi pesci da pescare e analizzare.

Cominciamo con uno dei fenomeni più diffusi negli Usa: la televisione. Qui quella scatola nera – che diventa ogni giorno più sottile – è una compagnia amatissima. Tanto che quando nel 1977 la “Detroit Free Press” finanziò un progetto per cui  veniva offerto un premio di 500 dollari per non guardare la tv per un mese, 93 delle 120 famiglie selezionate si rifiutarono di collaborare (Joan Hanauer, The tube Unplugged – 5 Families Describe Painful Or- deal, in ” San Francisco Chronicle Date Book”, 8 gennaio 1978).

Una delle caratteristiche della televisione americana è la grande varietà di programmi, interrotti però di continuo da un certo numero di spot pubblicitari. E qui viene il tema interessante. Vi ricordate quando nel post La forza del conformismo ho introdotto il tema della pack mentality? L’istinto all’emulazione è il tallone d’achille di noi consumatori su cui gli esperti di marketing non si fanno scrupoli e sfruttano a proprio vantaggio. Frasi del tipo “Questo prodotto è il preferito dalla maggioranza” o che “sempre più persone stanno abbandonando un’altra marca per passare alla loro” sono divenute familiari alle nostre orecchie. Ebbene, in America i pubblicitari utilizzano un’arma in più per aumentare le vendite. Infatti, è ormai noto a chi del settore, che l’Americano ha un culto imprenscindibile nel Nuovo (non a caso vive in quello che viene definito come Nuovo Mondo). La fede che gli statunitensi ripongono in tutto ciò che è novità rende quest’ultima conseguentemente positiva. Ciò che è innovazione è senza dubbio bello ed efficiente. Tutto ciò che è passato, rappresenta invece il superato, e quindi – nelle migliori delle ipotesi – non degno di attenzione, altrimenti addirittura bollato di mediocrità e inefficienza.

Le pubblicità americane, quindi, non posano particolare attenzione sulla quantità di persone che hanno già acquistato un determinato prodotto (che comunque può rappresentare un valido parametro di giudizio), piuttosto accentuano la novità di quest’ultimo. Ovunque si legge “brand-new” (nuovo di zecca), qualificazione che da sola è indice di qualità. E ciò accade anche su prodotti come la pasta che, con anche tutta l’immaginazione possibile, difficilmente si comprende quale possa essere l’ingrediente prodigioso. (E pensare che da noi più un prodotto segue la ricetta originaria più è ricercato e di qualità…).

E non ci si ferma qui. Perché anche l’ampiezza della divulgazione pubblicitaria può far crescere gli introiti. Don’t forget that this soup is nationally advertised ! La pubblicizzazione di un prodotto a livello nazionale è presentata come dimostrazione della sua qualità.

Paul Watzlawick, nel suo libro “America, istruzioni per l’uso” parla della capacità americana di usare spettacolarmente la semantica per abbellire un prodotto mediocre. E secondo lui non c’è bisogno di accendere la tv per rendersene conto. Basta andare al ristorante e ordinare da mangiare. I menu, infatti, non sono una successione di piatti che offre il locale, ma un’avventura culinaria. “Delicious garden grown peas” “our very special, home made cheesecake”, “mouth watering”, …

Personalmente non ci ho ancora fatto caso, la prossima volta che mangerò fuori ci farò attenzione. Per il momento, dopo un buon tè verde servito nel più che popolare bicchiere di cartone bianco di Starbucks, mi dirigerò a casa a prepararmi la cena a base di pennette, zucchine e della sorella a stelle e strisce della mia amata ricotta.

La politica contro la lotta alla fame

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Nel quotidiano LaRepubblica dello scorso 11 dicembre, Carlo Petrini intitola il suo articolo “Il diritto al cibo”. Riflettendo sulle parole che Papa Francesco aveva pronunciato il lunedì precedente in occasione del lancio della nuova campagna della Caritas Internationalis contro la fame, riporta all’attenzione lo “scandalo mondiale” della morte per fame. L’aspetto interessante nel discorso del Papa che Petrini sottolinea sta nel monito a tutti noi a “diventare più consapevoli delle nostre scelte alimentari che spesso comportano spreco di cibo e cattivo uso delle risorse a nostra disposizione”. Passa, dunque, da una prospettiva in cui la fame era una disgrazia della storia e i ricchi caritatevoli aiutavano i più sfortunati, a quella per cui se più di un miliardo di persone oggi muore di fame è colpa del sistema alimentare e produttivo in cui noi tutti giochiamo un ruolo e abbiamo una parte. Il nostro stile di vita è parte del problema, ma anche della soluzione.

Un cambiamento nelle nostre abitudini alimentari, infatti, potrebbe aiutare a ridurre questa discrepanza tra i Paesi ricchi e quelli poveri. Ricordo di essere diventata vegetariana quando, due anni fa, vidi il documentario “Taste the waste” (di cui consiglio vivamente la visione!). Il documentario denunciava gli sprechi alimentari dell’occidente, e in particolare mi aveva colpito la parte in cui mostrava quanto il prezzo degli alimenti base (cereali) fosse con gli anni aumentato a causa del fenomeno degli allevamenti intensivi. E ciò ha determinato grosse difficoltà per le popolazioni più povere di acquistare questo alimento base. Il regista, Valentine Thurn, ha poi calcolato che la quantità di cibo buttato ogni anno dai Paesi ricchi potrebbe essere disposto immaginariamente lungo la linea dell’equatore e ricoprirne l’intero percorso, e da solo sfamare per più di un anno l’intera Etiopia. Insomma, di dati e di notizie ce ne sono. Ma perché ancora così poche persone ne sono a conoscenza? Cosa potrebbe invertire la rotta del consumismo occidentale? Come fare a sensibilizzare le persone su questo tema in modo effettivo?

Petrini, nel suo articolo, lancia un appello alla politica, e ai partiti politici. E’ arrivato il momento che la politica stessa cominci a trattare nei propri programmi il tema dell’alimentazione e le questioni ambientali.

Letto l’articolo mi sono subito confrontata con un caro amico, Luca Zitiello che, interessato da molti anni alla politica, ha da poco creato un comitato elettorale per Matteo Renzi a Milano – questo il suo sito online. Essendo lui una persona molto attenta alle proprie scelte alimentari, gli ho domandato se nella sua attività politica sarebbe disposto a introdurre il tema di una corretta alimentazione. La risposta è stata ovviamente entusiasta, ma non completamente affermativa. Come fare con le multinazionali che hanno fatto “fisicamente” fuori chiunque abbia cercato di criticare e opporsi ai loro prodotti commerciali? Non sarebbe la prima volta che i politici si tirano indietro di fronte alla minaccia d’interessi più forti.

Ma forse l’approccio al problema potrebbe cambiare in modo che le multinazionali non si sentano chiamate in causa. E così i politici potrebbero portare avanti la loro buona causa e le grandi industrie alimentari non avrebbero di cui lamentarsi con nessuno.

Nella maggior parte delle volte, infatti, per combattere il consumo di prodotti così detti “junk food” si è cominciata una vera e propria guerra contro le multinazionali e i loro metodi produttivi.

Ma questa tattica, a quanto pare, non ha mai portato a risultati soddisfacenti.

Le scienze comportamentali ne spiegano il motivo. Studi sperimentali hanno mostrato infatti due fenomeni importanti:

– le persone si mostrano più collaborative quando le si esorta a comportarsi nel modo più virtuoso, piuttosto che quando si vieta loro di fare qualcosa

– se si mostrano i risultati che hanno raggiunto altri, le persone tendono a comportarsi altrettanto per raggiungere o superare quel risultato

Risulta poco efficace, quindi, criticare il consumo di un dato prodotto alimentare. Piuttosto sembra più indicato mostrare gli effetti positivi che alcuni alimenti hanno sulla nostra salute e sull’ambiente in cui viviamo. Se poi si comincia a diffondere la voce che la maggioranza della popolazione ricicla, mangia meno carne e cibo spazzatura, il risultato sarà senz’altro quello auspicato. Come già ho spiegato nel post La forza del conformismo e nello scorso Povertà e inquinamento, una risposta possibile nei Paesi emergenti l’influenza sociale è uno degli strumenti più potenti per muovere le masse. (al mio amico Luca: gli incontri che organizzate invece di farli nei locali della vecchia milano potreste farli utilizzando il servizio catering che Altromercato – consorzio ben conosciuto di commercio equo solidale – mette a disposizione per privati e aziende, oppure proprio dietro porta Romana c’è un posto incantato che si basa sul lavoro volontario dei cittadini milanesi: la Cascina Cuccagna !)

Altre strategie e stratagemmi sono possibili e molte menti fantasiose di studiosi del comportamento ne stanno già escogitando di nuovi. In questo blog ne riporterò molti, l’argomento è molto attuale e di estrema importanza per la qualità stessa dell’ambiente in cui viviamo e che daremo in dote alle generazioni future (a questo proposito vi consiglio la lettura dell’articolo di Naomi Klein su Internazionale dello scorso 23 novembre. Riporta l’intervento mozzafiato dello scienziato Brad Werner all’American Geophysical Uninion). A gennaio poi partirò per gli Stati Uniti – a Houston per la precisione – e per un anno e mezzo vivrò nel Paese che più attivamente sta lottando contro le cattive abitudini alimentari: sarà interessante vedere in che modo lo sta facendo.

Ad ogni modo, seguendo paradigmi principali che ho esposto sopra, i politici possono stare tranquilli che non verranno “gambizzati” da nessun signor Pringles.

Buon anno a tutti!

Excuse me Sir, do you mind if I jump the queue?

british queue

Nel post “La forza del conformismo” ho introdotto il tema delle pressioni sociali. Spiegando quanto i comportamenti delle masse influenza il comportamento di un singolo, ho riportato la teoria elaborata da Thaler e Sustein, massimi esperti nel campo, secondo cui le influenze sociali sono di due tipi: quelle legate all’informazione che una molteplicità di persone mette in circolazione – che suggestionano la percezione e l’elaborazione di un determinato evento o concetto; altre connesse alla paura di sentirci giudicati ed emarginati dal gruppo di pari – che influenzano le nostre azioni.

Il conformismo è solo uno dei risultati innescati da meccanismi mentali che quotidianamente mettiamo in atto senza accorgercene. Nel video che vi propongo oggi, la ricercatrice danese Sille Krukow introduce al pubblico di TED (programma non-profit che propone ogni sorta di conferenze) il concetto di nudge. Per farlo mostra alcuni dei comportamenti umani che volenti o nolenti mettiamo in atto ogni giorno, non perché siamo mentalmente limitati o menefreghisti, ma semplicemente perché il nostro cervello funziona in un certo modo e, pieno di stimoli ed emozioni diverse, fatica a realizzare un dato comportamento auspicato.

Quindi, nonostante siamo iscritti a Greenpeace e la domenica ci ritroviamo in via Dante con cartellette in mano a fermare passanti indispettiti alla ricerca di fondi per una buona causa, ogni mattina e ogni sera non ci ricordiamo di chiudere l’acqua del rubinetto mentre ci laviamo i denti. Oppure, anche se medici e capaci benissimo di capire l’importanza del movimento fisico, l’unico momento in cui muoviamo le gambe è quando saliamo e scendiamo dalle nostre automobili dopo aver fatto la spesa al supermercato di fronte casa; ancora, ma perché ci ritroviamo a mangiare quel succulentissimo tiramisù se sappiamo benissimo che siamo a dieta? Vabbè, da domani iniziamo seriamente..

Capita anche che, pur essendo molto ordinati e amanti della pulizia, se invitati ad un pranzo all’aperto dove vediamo che i piatti, una volta usati, vengono lasciati sulle panchine e per terra, miracolosamente le nostre manie casalinghe svaniscono, e ci dimentichiamo anche noi dell’esistenza dei bidoni per la spazzatura.

E’ quello che è accaduto agli spettatori di Ted, come potete vedere qui. Se avete poi la pazienza, al minuto 6.40 è presentato un altro esempio di comportamento di massa: la fila. Nel video vi si presenta una fotografia raffigurante molte persone che ordinatamente, una dietro l’altra, aspettano il proprio turno. Se anche solo una di loro cominciasse a spingere e passare avanti, l’intero quadro si romperebbe: è ciò che Sille Krukow chiama pack mentality, uno dei più potenti istinti umani che ci porta a imitare il comportamento altrui. Credo che tutti almeno una volta abbiamo sperimentato questo fenomeno. Se un amico ha mal di gola e parla sottovoce, anche noi abbassiamo la voce. Se qualcuno si toglie le scarpe sulla soglia di casa, noi facciamo lo stesso (maledicendo magari chi non ci ha informato di quest’usanza, avremmo messo un paio di calzini con meno buchi..). Personalmente mi capita di farci caso soprattutto in aereoporto, quando vado in Inghilterra. Nei voli interni, pieni di inglesi disciplinatissimi, mi ritrovo anch’io a fare un passo dopo l’altro in un ammirevole atteggiamento british. Quando invece mi ritrovo davanti al gate per rientrare a Milano, esce nuovamente in me quello spirito primitivo che ci trova gusto a fare calca e dare spintoni. Per cosa poi, sulla Ryanair tutti i posti sono scomodi..

Ma non importa andare troppo lontano per toccare con mano la pack mentality. 

Provate la metropolitana milanese. Tuffatevi nella linea gialla diretta a Comasina, scendete a Duomo e prendete le scale mobili. Vedrete che ce ne sono due, una affianco all’altra. Entrambe si fermano dopo qualche minuto che nessuno ci sale sopra. Quando le persone fuoriescono dai vagoni come sardine intrappolate nelle scatolette, prendono la scala più vicina, quella di destra. Di conseguenza quella a sinistra continua a rimanere ferma. Quello che succede è che si crea una fila lunghissima a destra, perché la gente pensa che la scala mobile di sinistra sia rotta. E prima che qualche intrepido riveli la verità, passano molti secondi, con le persone che si guardano a vicenda e si domandano se l’altra scala è rotta. Ma restando in coda, ovviamente.

Augurandomi di non violare nessuna legge sulla privacy, vi posto il video che ho fatto lo scorso sabato così potete vedere personalmente il fenomeno che vi ho descritto. Fate attenzione soprattutto alla fine, quando chiaramente una coppia che si sta dirigendo verso destra fa uno scatto verso la scala di sinistra non appena si accorge che non è rotta, ma perfettamente funzionante ! Ecco qui il video, buona visione.

Segnalo infine, a chi già non lo conoscesse, il blog di Matteo Motterlini, esperto di psicologia cognitiva ed economia comportamentale. Io ho cominciato a leggerlo da qualche tempo, e merita davvero. Eccolo qui.

Esperienze traumatiche e comportamenti criminali

Juvenile in jail

Il 19 giugno 2012, dalle 3 alle 6 del pomeriggio, presso il Parliamentary Office of Science and Technology di Londra, si è tenuto una conferenza dal titolo Neuroscience, Children & the Law. Durante questo incontro professori e ricercatori in neuroscienza hanno esposto le loro più recenti ricerche sul comportamento delinquenziale in età infantile.

I vari interventi hanno mostrato che il crescere in un ambiente familiare difficile e non sereno crea delle distorsioni nello sviluppo di alcune funzioni del cervello, e ciò facilita l’insorgere di malattie mentali e di comportamenti violenti. Molte sono le cause e i fattori scatenanti, e variano nella loro intensità. In particolare la professoressa Seena Fazel della Oxford University ha dimostrato che un episodio traumatico (TBI – Traumatic Brain Injury ), dovuto ad un incidente o ad una violenza, aumenta sensibilmente l’aumento del rischio di coinvolgimento in attività criminali. Il 45% dei piccoli trasgressori ha, infatti, alle spalle uno o più episodi di TBI.

Come queste scoperte scientifiche possano aiutare a migliorare il sistema giudiziario ancora non è ben chiaro, ma certo l’individuazione dei fattori scatenanti potrebbero fornire materiale interessante per delle misure preventive. Molti poi auspicano riforme nel diritto penale e penitenziario, sostenendo una modifica nell’età e nelle motivazioni per la responsabilità criminale dei giovanissimi.

Nel frattempo, l’Economic and Social Research Council ha messo a disposizione un fondo di 205 mila sterline per finanziare progetti pubblici e privati di ricerca in ambito sociale ed economico. Se qualcuno avesse in mente un’idea migliorativa del nostro sistema giudiziario, potrebbe provare a fare domanda di finanziamento. Con l’auspicio che sempre più si sviluppi il dialogo tra neuroscienziati, giuristi e legislatori.

Adolescenti e Corti Supreme

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Il 3 agosto 2012, all’Orange County Convention Centre, il dottor Steimberg, esperto in psicologia evolutiva, ha esposto una presentazione dal titolo: “Should the Science of Adolescent Brain Development Influence Public Policy?”. Da alcune ricerche condotte alla Temple University, infatti, il professore e il suo team di ricerca hanno scoperto che il cervello di un adolescente non si sviluppa omogeneamente, ma alcune strutture neuro-cognitive raggiungono un livello di maturità prima di altre. In particolare sembra che le facoltà intellettuali siano quelle che si sviluppano prima (circa a metà adolescenza), mentre quelle legate alla gestione delle emozioni – come ad esempio l’autocontrollo – maturano solo verso la fine dell’adolescenza, se non addirittura nell’età adulta.

Diversamente da un adulto (ovviamente sano e con tutte le facoltà mentali ormai sviluppate), gli adolescenti fanno molta fatica a controllare le proprie azioni, perché i centri neuronali adibiti alla sensazione della ricompensa sono molto attivi. Di qui la difficoltà per un ragazzo ad auto controllarsi, e a preferire invece il coinvolgimento in attività rischiose, avventate, poco lungimiranti e a volte criminali. Più la ricompensa è alta, più alto è il rischio.

Questa scoperta è interessante soprattutto alla luce di un’importantissima sentenza americana (Miller v. Alabama) dove la Corte Suprema, dopo aver ascoltato l’American Psychological Association (APA) che presentava la ricerca di Steimberg, ha deciso che gli statuti che prevedono obbligatoriamente la pena di morte o l’ergastolo nei casi di omicidio sono incostituzionali se coinvolto è un’adolescente.

In base allo studio di Steimberg, infatti, gli adolescenti potrebbero essere maturi per alcune decisioni, ma non per altre. Ad esempio un sedicenne è perfettamente in grado di decidere che cura medica è meglio intraprendere. Ma fa molta fatica a pensare alle conseguenze di una guida veloce tra strade metropolitane trafficate. Per la Corte americana è quindi ingiusto punirlo con una pena troppo severa.

Questa sentenza (che farà da precedente per tutte le prossime a venire), ha compiuto senza dubbi un passo enorme verso una maggiore sensibilizzazione alle caratteristiche psicologiche dell’essere umano. Dei suoi processo evolutivi che differiscono da singolo a singolo.

Se la ricerca della Temple University influenzerà altre Corti o legislatori è difficile dirlo, certo ha aperto uno spiraglio di discussione potenzialmente molto incisivo. Probabilmente, poi, qualcuno utilizzerà queste evenienze per limitare i diritti dei minori e come base per una disciplina più paternalistica.

Chissà che non possa invece essere di stimolo per ideare nuove “spinte gentili” capaci di modificare alcuni comportamenti avventati e pericolosi dei ragazzi, che oggi si trovano sempre più pieni di mezzi che consentono loro immediatamente di fare ciò che li aggrada di più.

Nello scorso posto ho dimenticato di riportare la mia esperienza al Cresa. In effetti non ci sono stata, il professor Motterlini è stato impegnato con il rettore tutto il pomeriggio, e il nostro incontro è stato rimandato a settimana prossima. Ad ogni modo il post è stato letto e la risposta alla mia domanda (se il fatto che l’amigdala è una delle parti più ancestrali del nostro cervello c’entra con il fatto che il sentimento che suscita – la paura della perdita – è prevalente su altri tipi di emozioni) è la seguente. Premetto che dalla risposta si deduce che non c’è ancora nulla di certo, infatti il professor Motterlini mi ha scritto dicendo che semplicemente la perdita via amigdala è un campanello di allarme evolutivo che suona più forte.

Questo non spiega come mai quel campanello suoni più forte, ma magri può essere un punto di partenza per indagare più a fondo.