L’italiano: una questione di etica

E’ passato molto tempo dall’ultimo post su questo blog. Tanto e’ successo in questo passato anno e mezzo e tanto è cambiato dentro e fuori di me. Con più certezze ma anche con più sfide da affrontare, oggi vorrei condividere una riflessione che facevo mentre tornavo a casa dopo il lavoro.

Mi trovo a Houston, Texas ormai da più di un anno e sto cominciando ad apprezzare le differenze culturali e sociali che questo ‘nuovo mondo’ presenta rispetto alla mia più anziana Italia. Con diverse perplessità sullo stato civile di questo Paese (a mio parere quasi nullo) la mia riflessione stasera era più che altro sulla conformità di valori e sul rispetto della legge.

Di fronte ad uno dei più buoni hamburger di Houston, lo scorso weekend parlavo con degli amici italiani di Renzi e delle nostre impressioni sul suo mandato. Per non dilungarmi troppo nei dettagli, il succo della conversazione è che, anche se chi tiene le redini ci mette tutta la buona volontà, l’italiano è fatto in modo che di fonte ad una regola si scervella in ogni modo per trovare il modo di eluderla.

La domanda che ho posto prima di tutto a me stessa e poi ai miei amici è stata: come cambiare questo fenomeno? Non ci siamo dati una risposta quel giorno, la conversazione ha cambiato corso e solo stasera l’ho recuperata per arrivare ad una mia risposta.

Parte della mia riflessione è scaturita dal fatto che uno di questi amici con cui ho condiviso un buon pranzo ed una serena conversazione sulla politica italiana, persona che stimo molto sempre attenta e corretta, qualche tempo prima mi aveva confidato che da qualche tempo va in palestra utilizzando il suo vecchio abbonamento, ormai scaduto.

Riflettendo sul comportamento del mio amico non posso che pensare che il suo è un furto. Di una struttura e di un servizio, ma sempre un furto è. Questo giudizio, però, è ovviamente basato sulla mia etica e sui miei valori. Dico ovviamente perché se per me entrare in palestra con un abbonamento scaduto è un comportamento delinquenziale, per il mio amico non lo è. E’ invece un atto socialmente accettabile e ripetibile nel corso del tempo.

La pratica dell’elusione della legge è dunque una questione di etica?

Etimologicamente etica è ciò che è bene e ciò che è male, la distinzione tra giusto e sbagliato. Come mai io e il mio amico abbiamo un’etica diversa nonostante proveniamo dallo stesso Paese e condividiamo simili esperienze e ambizioni di vita dato che ci troviamo nello stesso posto a fare lo stesso lavoro? Devo ammettere che il fatto che questa persona sia meridionale, mentre io sono del nord ha rappresentato una delle prime risposte che mi sono data. Ricordo che i miei mi raccontarono di un loro caro amico che dal meridione aveva rinunciato a seguire la compagnia, trasferitasi in Toscana per lavoro, perché lì non avrebbe potuto utilizzare infiniti giorni di malattia senza bisogno del certificato medico.

Ora è vero che a casa mia queste cose non succedono, mentre un po’ in basso sono frequenti. E’ anche vero però che le tasse non le pagano ovunque e comunque un modo per accelerare le procedure viene ricercato ovunque, seppur con frequenza e successo diversi.

Non volendo però con questa riflessione giudicare nessuno, la mia preoccupazione sta nel trovare una soluzione a questa differenza di valori. Come faccio a legiferare una legge che è considerata obbligatoria per tutti e non opzionale per qualcuno?

Leggevo che negli USA sin da piccoli i bambini ricevono un’educazione che sostiene la maggioranza, conformità e contrasta l’individualità. Se questa pratica è anch’essa discutibile, certo sembra fornire un’uniformità di valori che è mantenuta nel corso degli anni. Se il codice stradale dice che ti devi fermare allo stop, oh questi si fermano anche se è una stradina isolata dove non passa un’anima da anni nemmeno a volerlo. Alla receptionist non controllano la data di scadenza del tuo abbonamento perché a nessuno verrebbe in mente di usufruire di un servizio senza averlo pagato. All’esame teorico per la patente, nessuno sta a controllare che tu non copi, perché copiare è scorretto e qui non è d’uso.

Ovviamente è stressare in positivo un Paese che di difetti ne ha, eccome. A mio parere, comunque, presenta su alcuni aspetti caratteristiche simili ai nostri paesi del nord d’Europa (Danimarca, Germania, Norvegia e Svezia) dove l’evasione alle tasse è a livelli molto bassi.

Per concludere questa mia riflessione: forse non c’è da puntare troppo sull’elaborazione di strumenti giuridici per ridurre l’elusione alle leggi. Forse dobbiamo invece pensare a come uniformare un’etica comune a tutti gli Italiani. Come fare? Ancora non lo so. Secondo me è una questione di cultura e mentalità. E se così fosse, sono ottimista. La mia generazione, o generazione Y come va di moda ultimamente tra gli economisti, è caratterizzata da una necessità – volente o nolente – di allontanarsi da casa, di vivere in realtà differenti, di adattarsi a mentalità diverse. E se siamo bravi a fare tesoro di queste esperienze, questo significa apportare al nostro Bel Paese un’aria nuova, più fresca e, perché no, più eticamente corretta.

Write or Die, un’App per i temporeggiatori

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Sto seguendo da qualche settimana un corso su Coursera intitolato Learning how to Learn, powerful mental tools to help you master tough subjects (Impara ad imparare: potenti strumenti mentali che ti aiuteranno a masticare argomenti complessi).

Come altri corsi che ho frequentato su Coursera, anche questo è molto ben fatto e organizzato. Settimana scorsa, oltre alle video lezioni, c’era la possibilità di ascoltare delle video interviste a professori o professionisti che si occupano di tecniche di apprendimento e creatività. Sono state tutte molto interessanti, ma quella a Daphne Grey Grant mi ha dato lo stimolo per questo post.

Daphne è stata senior editor per diversi anni per un quotidiano canadese, ma dopo aver partorito tre gemelli in un colpo solo, 20 anni fa ha deciso di dedicare la sua principale occupazione alla gestione familiare e incentrare la sua vita professionale nel suo blog in cui da’ lezioni e consigli su metodi e strumenti utili per scrivere facilmente e velocemente. Nell’intervista che ho seguito affrontava il tema del temporeggiare, e della fatica di superare  il blocco della pagina bianca. L’errore principale che si commette in questi casi, spiegava, è quello di voler scrivere usando un editing mode, ossia tendiamo ad anticipare la fase di revisione e correzione nel momento stesso in cui buttiamo giù le idee. In questo modo, però, blocchiamo il nostro writing mode, stato mentale più creativo che dovrebbe essere invece lasciato libero di ogni limitazione per fluire pieno di idee.

La preoccupazione della forma più che del contenuto sembra dunque essere uno degli errori principali che mettiamo in atto quando scriviamo e rappresenta la causa del blocco dello scrittore.

Ci sono diverse tecniche però che vengono in aiuto, come ad esempio il mind-mapping, che consiste nello scrivere nel centro di un foglio il tema principale di cui vogliamo parlare, per poi cominciare a formare tutta una serie di ramificazioni che rappresentano le idee e le connessioni mentali che abbiamo in riferimento a quel tema.

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Se questo metodo non dovesse funzionare, e siete delle persone amanti della tecnologia, c’è anche un’ App molto simpatica che si chiama Write or Die (qui il sito dove potete scaricarla). Questa fa leva su tutta una serie di fattori che vengono coinvolti nell’atto dello scrivere e che ci portano a procrastinare. L’idea di fondo è: se smetti di scrivere, ci sono delle conseguenze. Una volta installata l’applicazione e definito il numero di parole che si intende scrivere, infatti, se si interrompe il tamburellare sui tasti per un tot di secondi, l’urlo di un neonato o il suono di una sirena fanno da sottofondo ad una serie di insetti piuttosto raccapriccianti che cominciano a comparire sullo schermo. L’unico modo per far scomparire urla e mostri è quello di ricominciare a scrivere qualcosa. Volendo cambiare il setting, adesso con la nuova versione è possibile anche definire uno sfondo piacevole e rilassante che stimola la nostra creatività, ma nel momento in cui ci interrompiamo questo comincia a svanire fino a scomparire. Unica via d’uscita, come prima, è quella di riprendere a scrivere.

Così facendo non abbiamo tempo di far scattare l’editing mode prima ancora che il writing mode abbia concluso la sua creazione. E’ previsto anche un premio nel momento in cui si raggiunge l’obiettivo desiderato: ad esempio, dopo un tot di parole digitate possiamo decidere di far comparire delle immagini piacevoli o la nostra canzone preferita. Tutto questo per darci degli stimoli ulteriori a concludere quanto iniziato e farla finita una volta per tutte con il procrastinare.

Detto questo…foglio bianco, non mi fai più paura !

Dolcificanti: attenti al miele!

pane e miele

L’immagine di un barattolo di vetro contenente un liquido ambrato, dolce e fluido, una fetta tostata di pane ai cereali e una calda tazza di tè. E’ la merenda perfetta per questo periodo invernale, sana e nutriente. Nessuno dubiterebbe di questo. Una dolce interruzione pomeridiana in cui un cucchiaio colmo di un olio dorato ci riporta all’antica tradizione dell’apicoltura, ad un’atmosfera di boschi, fiori e animali. Al solo contatto con le papille gustative il protagonista di quest’avventura ci riporta in uno scenario quasi utopico.

E’ l’effetto del miele, o almeno la sensazione che ci suscita solo nominandolo.

La parte con cui ho aperto questo post vi potrebbe apparire una réclame pubblicitaria per una marca di miele appena lanciata. Non siete poi così lontani.

Qualche giorno fa la BBC ha pubblicato un articolo sulla ricerca condotta da Mintel sull’incremento dell’utilizzo del miele nei cibi e bevande più disparate in Gran Bretagna. Il nettare d’ape utilizzato come ingrediente per altri alimenti è infatti raddoppiato negli scorsi 4 anni, ora rappresenta il 4%.

Molti produttori alimentari hanno deciso infatti di abbandonare il comune zucchero bianco – pieno di connotazioni negative e poco salutari – con il miele, ingrediente genuino da molti associato a salute e poco calorico – senz’altro meno dello zucchero (1/3 degli americani ritiene che lo zucchero sia dannoso, mentre 6 su 10 sono convinti che il miele faccia bene alla loro salute).

Questo spiega il largo uso che che se ne fa in qualsiasi tipo di alimento, dal cioccolato allo yogurt, dalla birra alla carne. Anche i liquori adesso contengono miele, il Jack Daniels’ Tennessee Honey e il Three Barrels Honey brandy ne sono un esempio. Molti prodotti già in commerciano, invece, hanno semplicemente cambiato il nome: la pagnotta Warburtons si presenta ora con il nome Honey Wheat loaf mentre i cereali Sugar Puffs si chiamano Honey Monster Puffs. Dove tra l’altro, se si guarda bene l’immagine della confezione, c’è scritto che c’è il 20% in più di miele rispetto alla ricetta precedente. Quindi viene da dedurre che rimane lo zucchero di prima, in più è aggiunto ulteriore miele..

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Chi ai vertici delle case di produzione sa bene che il miele ha una reputazione di salute e genuinità, e ha deciso di rispondere alle campagne contro lo zucchero bianco utilizzato finora usando questo raffinato escamotage.

E lo fanno utilizzando quella che Amos Tversky e Daniel Kahneman classificarono come euristica dell’ancoraggio. Come già trattate in altri miei post, le euristiche sono in psicologia delle regole semplici e immediate che servono a spiegare come le persone danno giudizi o prendono una decisione di fronte ad un problema complesso e con informazioni incomplete. Il sistema cognitivo umano, infatti, è un sistema a risorse limitato, che a differenza di un computer non riesce ad analizzare un’informazione attraverso complessi algoritmi, ma utilizza al suo posto delle strategie (euristiche) per semplificare decisioni e problemi. In particolare l’euristica dell’ancoraggio descrive la tendenza umana a fare troppo riferimento alle prime informazioni che si ricevono nel momento in cui si prende una decisione. Avviene una sorta di “ancoraggio” a ciò che appare più visibile, impedendo di leggere più in profondità e attivare la parte creativa e intuitiva della mente. (Chi fosse interessato a leggere le varie tipologie di euristiche, qui trova la Teoria del Prospetto di Kahneman e Tversky)

Così, la parola “miele” su di una confezione ci trasmette un’idea di salute e bontà che ci spinge a non dubitare della qualità dell’alimento e ci ritroviamo alla cassa con una marea di cereali al miele senza nemmeno aver controllato gli altri ingredienti presenti. E’ un po’ lo stesso che avviene quando vediamo “integrale”, o “biologico”. Quando poi leggiamo più attentamente scopriamo che di integrale c’è il 20% di farina e di biologico c’è solo il succo di limone..

Lo stesso vale per il miele. Perché se è vero che è meno calorico (contiene l’80% di zuccheri naturali, il 18% di acqua e il 2 % di minerali, polline e proteine), non tutti i mieli hanno le stesse proprietà e qualità. E certamente non possiamo essere così ingenui da pensare che le grosse produzioni alimentari facciano uso dei migliori mieli in produzione.

Detto questo…godiamoci pure i nostri torroni natalizi, ma facciamo attenzione la prossima volta che andiamo al supermercato, ricordiamoci dell’euristica dell’ancoraggio e delle strategie di marketing, non fermiamoci alle immagini sul fronte delle confezioni, ma cerchiamo di avere la pazienza e il giudizio sufficiente per continuare a leggere e indagare quali altri ingredienti stiamo comprando.

 

 

Scelte etiche e Nudge: come invogliare a prendere decisioni più consapevoli

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Le emozioni sono un elemento determinante per prendere una decisione. Questo ormai lo sappiamo. Ma che anche per comportarsi in maniera più etica devono giocare una serie di emozioni, questo non era scontato.
Alcuni valori, quelli sì, si può logicamente pensare che orientino verso una scelta piuttosto che a un’altra.
Eppure Ahir Gopaldas, nel suo ultimo articolo sul Journal of Consumer Research, mette in luce alcune emozioni che entrano in gioco nel determinare l’acquisto di un prodotto equo solidale o environment friendly

Dopo aver condotto un’analisi su più di una dozzina di siti online per la difesa di scelte etiche e aver condotto interviste at-home, Ahir ha elencato il disgusto, il coinvolgimento e l’auto-celebrazione come i motori principi che ci spingono a ricordarci dell’ambiente, del costo e della dignità del lavoro, della solidarietà.

Quando proviamo disgusto, infatti, proviamo rabbia. Rabbia verso tutte quelle grosse compagnie (e istituzioni governative che fanno volentieri finta di niente) che non hanno remore a sfruttare il personale o ad usare stratagemmi di ogni sorta per invogliare la gente a comprare tutti quei cibi spazzatura che fanno ingrassare solo a guardarli (e non parlo solo di un uso massiccio della pubblicità, ma anche – e soprattutto – dell’uso di sostanze che creano dipendenza, dei test sulla croccantezza che da’ maggiore soddisfazione, e quelli sul profumo che provoca maggior acquolina in bocca).

Il coinvolgimento, invece, ci rende preoccupati ed interessati alla condizione di quei lavoratori vittime dello sfruttamento, degli animali trattati con crudeltà, dell’ecosistema, delle generazioni future.

L’auto-congratulazione, infine, deriva dalla gioia di aver fatto una scelta responsabile e di aver, in questo modo, contribuito a rendere questo mondo migliore.

Forse, quindi, bisognerebbe considerare di più il ruolo delle emozioni per motivare a scelte più responsabili. La rabbia, infatti, potrebbe limitare il consumo di determinati prodotti; il coinvolgimento servirebbe ad aumentare le donazioni in progetti di solidarietà; mentre la celebrazione di se stessi aiuterebbe a mantenersi più determinati in programmi di raccolta differenziata, ad esempio.

Ahir termina il proprio articolo così: “non basta cambiare la mente delle persone, bisogna prima convincere il loro cuore“.

Paese che vai, pubblicità che trovi

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Eccomi di nuovo in carreggiata, cari lettori !

Mi sono trasferita a Houston ormai da un mesetto e mezzo e tra la ricerca di un’appartamento, i coinquilini con cui condividerlo, l’inizio del lavoro e i suoi orari da stacanovista trovo solo oggi il tempo di dedicare un bel pomeriggio di sole al mio blog.

Prima di cominciare l’argomento di oggi voglio scusarmi in anticipo con i lettori più esigenti. Vi accorgerete, infatti, che i post futuri avranno un’impostazione più di tipo sociologica e di costume che legale. La mancanza di tempo (sto vivendo in prima persona i tanto famigerati ritmi lavorativi degli americani quasi inconcepibili a noi italiani) non mi permette di dedicarne molto alle ricerche che stanno alla base dei miei soliti post. Mi impegnerò tuttavia affinché questi siano il più interessanti, piacevoli e precisi possibili. E magari una finestra aperta su questo Nuovo Mondo che F.S. Fitzgerald una volte descrisse così:

America…a design for the whole human race, the last and greatest of all human dreams – or nothing.                                                                                                                                 (in italiano potremmo riassumerlo più o meno così: America – il sogno o il nulla? )

In uno dei miei ultimi post ho parlato dell’India. In effetti non ci sarebbe bisogno di andare così lontano per notare delle forti diversità. Gli Stati Uniti presentano così tante sottili differenze e peculiarità rispetto a ciò che a noi Europei (in questo caso, cari lettori, mi sento legittimata a raggruppare tutti i 45 indipendentissimi Stati europei e a identificarci tutti sotto lo stesso appellativo) risulta comune e ordinario, da rendere questo Paese un oceano pieno di interessantissimi pesci da pescare e analizzare.

Cominciamo con uno dei fenomeni più diffusi negli Usa: la televisione. Qui quella scatola nera – che diventa ogni giorno più sottile – è una compagnia amatissima. Tanto che quando nel 1977 la “Detroit Free Press” finanziò un progetto per cui  veniva offerto un premio di 500 dollari per non guardare la tv per un mese, 93 delle 120 famiglie selezionate si rifiutarono di collaborare (Joan Hanauer, The tube Unplugged – 5 Families Describe Painful Or- deal, in ” San Francisco Chronicle Date Book”, 8 gennaio 1978).

Una delle caratteristiche della televisione americana è la grande varietà di programmi, interrotti però di continuo da un certo numero di spot pubblicitari. E qui viene il tema interessante. Vi ricordate quando nel post La forza del conformismo ho introdotto il tema della pack mentality? L’istinto all’emulazione è il tallone d’achille di noi consumatori su cui gli esperti di marketing non si fanno scrupoli e sfruttano a proprio vantaggio. Frasi del tipo “Questo prodotto è il preferito dalla maggioranza” o che “sempre più persone stanno abbandonando un’altra marca per passare alla loro” sono divenute familiari alle nostre orecchie. Ebbene, in America i pubblicitari utilizzano un’arma in più per aumentare le vendite. Infatti, è ormai noto a chi del settore, che l’Americano ha un culto imprenscindibile nel Nuovo (non a caso vive in quello che viene definito come Nuovo Mondo). La fede che gli statunitensi ripongono in tutto ciò che è novità rende quest’ultima conseguentemente positiva. Ciò che è innovazione è senza dubbio bello ed efficiente. Tutto ciò che è passato, rappresenta invece il superato, e quindi – nelle migliori delle ipotesi – non degno di attenzione, altrimenti addirittura bollato di mediocrità e inefficienza.

Le pubblicità americane, quindi, non posano particolare attenzione sulla quantità di persone che hanno già acquistato un determinato prodotto (che comunque può rappresentare un valido parametro di giudizio), piuttosto accentuano la novità di quest’ultimo. Ovunque si legge “brand-new” (nuovo di zecca), qualificazione che da sola è indice di qualità. E ciò accade anche su prodotti come la pasta che, con anche tutta l’immaginazione possibile, difficilmente si comprende quale possa essere l’ingrediente prodigioso. (E pensare che da noi più un prodotto segue la ricetta originaria più è ricercato e di qualità…).

E non ci si ferma qui. Perché anche l’ampiezza della divulgazione pubblicitaria può far crescere gli introiti. Don’t forget that this soup is nationally advertised ! La pubblicizzazione di un prodotto a livello nazionale è presentata come dimostrazione della sua qualità.

Paul Watzlawick, nel suo libro “America, istruzioni per l’uso” parla della capacità americana di usare spettacolarmente la semantica per abbellire un prodotto mediocre. E secondo lui non c’è bisogno di accendere la tv per rendersene conto. Basta andare al ristorante e ordinare da mangiare. I menu, infatti, non sono una successione di piatti che offre il locale, ma un’avventura culinaria. “Delicious garden grown peas” “our very special, home made cheesecake”, “mouth watering”, …

Personalmente non ci ho ancora fatto caso, la prossima volta che mangerò fuori ci farò attenzione. Per il momento, dopo un buon tè verde servito nel più che popolare bicchiere di cartone bianco di Starbucks, mi dirigerò a casa a prepararmi la cena a base di pennette, zucchine e della sorella a stelle e strisce della mia amata ricotta.

Povertà e inquinamento: una risposta possibile nei Paesi emergenti

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Cari lettori, scusate la lunga assenza: sono stata in India per un mesetto a fare volontariato. Che esperienza! Al di là delle vicende umane vissute con le persone che ho incontrato durante il mio lavoro, andare in India significa essere catapultati in un mondo straordinariamente diverso da tutto ciò che a noi italiani, europei, e in generale occidentali, può sembrare familiare. Dai colori agli odori, dal cibo ai vestiti, ogni momento è una scoperta di un’esistenza fatta di usanze, credi e tradizioni così distanti dalle nostre da rendere il tutto estremamente affascinante. Non la smettevo di fare fotografie, tanto che la famiglia che mi ha ospitato a Dehli mi prendeva quasi in giro. Ma lì anche i carretti della frutta e della verdura sul ciglio delle strade hanno un che di esotico!

La povertà poi è tanta, i bambini soli per le strade innumerevoli, la qualità della vita per molti è molto bassa. Lo smog è a livelli inimmaginabili e il traffico…o mamma il traffico ! La cosa che mi ha colpito di più sono le fermate degli autobus. Di solito funzionano così. Le persone, numerosissime, aspettano in modo disordinato in mezzo alla strada (tanto che io all’inizio pensavo stessero partecipando a qualche manifestazione..). L’autobus – che può o non passare.. – quando poi arriva, già stracolmo, non si ferma alla fermata. Rallenta. I più veloci e atletici prendono la rincorsa e ci saltano su! Gli altri fanno a spintoni per prendere i tanti taxi che seguono saggiamente l’autobus. Così si fanno gli affari a Dehli, sfruttando un mal funzionamento pubblico !

Questo, come tanti altri episodi mi hanno fatto riflettere sul ruolo della legge e in particolare della Behavioural law. Vivere in prima persona un Paese con una cultura estremamente differente dalla mia, mi ha permesso di capire quanto sia davvero importante uno studio e un’analisi attenta e approfondita delle persone destinatarie di una normativa, perché questa possa essere efficace nel suo obiettivo. Nella comunità di rifugiati tibetani in India dove ho lavorato, ad esempio, era all’ordine del giorno sputare. S’incontrano di continuo sia uomini che donne che si liberano tranquillamente dei propri umori facendo anche un gran bel baccano! Da noi è vissuto come un gesto piuttosto maleducato, a volte di avversione o ripulsa. So che in alcuni comuni italiani è addirittura vietato e i vigili possono anche dare una multa. Sarebbe inconcepibile in Tibet..

Mi sono inoltre resa conto che la “legge comportamentale”, ovvero la legge utilizzata come strumento per modificare una data situazione, non è ancora diffusa e utilizzata ovunque. In questo mese ho cercato qualche forma di Behavioural law per poterla riportare su questo blog ed essere d’ispirazione per noi occidentali. Francamente ho fatto un po’ fatica, non ho visto una presenza così importante delle regolamentazioni da indurre cambiamenti nei comportamenti. Al contrario ho notato un poco efficiente utilizzo dei mezzi a disposizione per migliorare delle situazioni limite, come lo smog e i rifiuti.

Esempio. Soprattutto a nord, dove ho passato la maggior parte del tempo, ho incontrato numerosi cartelli che sensibilizzano alla cura dell’ambiente e al riciclo. Ma se cammini per strada poi i rifiuti abbondano. E il problema della sporcizia in India ormai c’è da tantissimo tempo. Forse semplici cartelli propagandistici non bastano. Pensando poi che una fetta molto consistente della popolazione indiana è pure analfabeta, i segnali come questi che vi metto qui sotto sono decisamente inutili.

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Invece un’altra soluzione può essere più producente. Ma vediamo prima alcuni dati.

Secondo l’ultimo rapporto dell’International Solid Waste Association (associazione che riunisce gli operatori di tutto il mondo del settore smaltimento rifiuti) ogni anno vengono prodotti 4 miliardi di tonnellate di rifiuti. E nei prossimi 10 – 15 anni si potrebbe assistere a un aumento di questa produzione anche del 50 %, arrivando quindi a più di 6 miliardi di tonnellate di spazzatura annui.

Oltre a questi dati è da considerare che più di 3,5 miliardi di persone non ha accesso ai più elementari servizi di gestione della spazzatura, creando montagne di rifiuti abbandonati che portano danni all’ambiente (secondo l’ISWA i rifiuti urbani rappresentano il 12 %delle emissioni mondiali di metano e il 5 % della produzione totale del gas serra) e alla salute enormi.

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Ma oltre ai danni all’ambiente e ai problemi di malattie, la gestione dei rifiuti urbani rappresenta una delle voci di costo più pesanti nei bilanci delle amministrazioni pubbliche, e continua a crescere con l’aumento della popolazione e il progresso economico. La Banca Mondiale ha stimato che la gestione dei rifiuti costa alla comunità 205 miliardi di dollari l’anno. Cifra, anche questa, che potrebbe raddoppiare nei prossimi 10 – 15 anni.

In quelle nazioni, poi, dove lo sviluppo d’impianti e tecnologie è in ritardo, i costi di smaltimento sono più elevati. In più questi paesi, dato il loro utilizzo massiccio di discariche, diventano la destinazione ultima dei rifiuti speciali (industriali) e più pericolosi: secondo il rapporto dell’UNEP (il programma per l’ambiente delle Nazioni Unite) solo dall’Europa sono arrivate nell’Africa occidentale 220 tonnellate di rifiuti ellettrici ed elettronici, estremamente pericolosi e inquinanti se non trattati in maniera adeguata.

Ma torniamo in India. Dove il numero delle persone che vivono in condizioni di povertà estrema è maggiore che nei 26 stati più in difficoltà dell’Africa: solo negli 8 stati a nord dell’India vivono 420 milioni di poveri, mentre il continente nero ne ospita 410. Il parlamento indiano sta esaminando in questi mesi una legge sulla sicurezza alimentare nazionale che prevede la distribuzione di 5 kg di grano mensili a 800 milioni di persone, 2/3 della popolazione. Costo: 24 miliardi di dollari all’anno. Questa legge probabilmente incontrerà numerose difficoltà, data la forte opposizione che a essa sta manifestando la WTO (l’Organizzazione mondiale del commercio), che la ritiene semplicemente l’ennesima scappatoia dell’India “per ricevere sussidi potenzialmente illimitati e distorsivi del mercato”.

Alla luce di questi fatti perché non pensare a una proposta di legge che combini la soluzione del problema povertà e dell’inquinamento, in modo più efficace e meno costoso magari?

Si potrebbe, infatti, prevedere la costituzione di punti di raccolta rifiuti (magari differenziati a seconda dei materiali) dove in cambio della lattina di coca cola, ad esempio, è dato un contributo in denaro o sotto forma di buono alimentare. A mio parere questo meccanismo innescherebbe una serie di conseguenze positive:

– chi tra i rifiuti ci vive e dorme comincerebbe a fare un po’ di pulizia, guadagnando magari quel minimo per mangiare almeno due volte al giorno

– si creerebbe un’occupazione utile e dignitosa per i più disperati, che spesso invece cadono vittima di sfruttamenti, abusi e attività illegali

– le persone, seppur indirettamente, comincerebbero a sensibilizzarsi al problema della gestione rifiuti

– le strade sarebbero più pulite

– lo Stato risparmierebbe sui fondi stanziati per i servizi di recupero e smaltimento rifiuti e sui servizi sanitari.

Tutto ciò a un costo estremamente contenuto. In India si riesce a mangiare in abbondanza e bene con 10 euro al giorno. Una pagnotta di pane da 1 kg costa 30 rupie, ovvero 40 centesimi. Vuol dire che la ricompensa per ogni rifiuto può essere inferiore a 1 centesimo. Pensiamo a quanti rifiuti potrebbero essere raccolti e remunerati con un fondo di 24 miliardi di dollari stanziati all’anno.. se ipotizzassimo di remunerare ogni rifiuto 1 centesimo, destinando pure 3/4 miliardi all’organizzazione e all’installazione di punti di raccolta rifiuti, con 20 miliardi di dollari si raccoglierebbero 2 mila miliardi di pezzi di scarto. Non ho i dati necessari per fare delle stime corrette, ma senza dubbio sarebbe un bel risparmio per le amministrazioni pubbliche indiane.

Certo questa misura non risolverebbe la fame nel mondo e i problemi dei rifiuti in India, ma potrebbe cominciare a creare un tassello per arrivare a misure ancora più efficaci. In Italia ad ogni modo sembra stare funzionando. Dal 2011, infatti, la campagna itinerante “Riciclare conviene” promossa da tetra Pak e la catena dei supermercati E.Leclerc-Conad ha raccolto oltre 150mila contenitori Tetra Pak in cambio di 55 mila “eco-scontrini” emessi. A Modena, Forlì, Rimini, Bologna, Santo Stefano di Magra, Terni, e quest’anno anche a Torino, sono state posizionate in determinate aree della città delle postazioni automatiche in cui, in certi periodi promozionali dell’anno, inserire i contenitori Tetra Pak. Così facendo si ottiene un eco-scontrino che dà diritto ad uno sconto sulla spesa presso i supermercati E.Leclerc-Conad. Un incentivo alla cultura del riciclo, per ricordare che impegnarsi per l’ambiente ha un duplice risultato, ambientale ma anche economico. Il rifiuto è una risorsa che consente di risparmiare denaro e materie prime. Per non parlare delle ricadute positive dei promotori, che così facendo possono contare su di un aumento e una fidelizzazione dei propri clienti.

Complice di questo successo è senz’altro la crisi, dove – lo sappiamo – gli incentivi economici sono i più potenti strumenti per muovere le persone verso una data direzione. E se questa direzione può portare benefici alla popolazione, all’ambiente e agli organismi privati e pubblici, perché non utilizzarli per risolvere quei problemi che sembrano ormai da troppo tempo irrisolvibili? Una soluzione, da qualche parte, c’è sempre. E se non servisse alla risoluzione definitiva, sarebbe comunque un miglioramento.

Excuse me Sir, do you mind if I jump the queue?

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Nel post “La forza del conformismo” ho introdotto il tema delle pressioni sociali. Spiegando quanto i comportamenti delle masse influenza il comportamento di un singolo, ho riportato la teoria elaborata da Thaler e Sustein, massimi esperti nel campo, secondo cui le influenze sociali sono di due tipi: quelle legate all’informazione che una molteplicità di persone mette in circolazione – che suggestionano la percezione e l’elaborazione di un determinato evento o concetto; altre connesse alla paura di sentirci giudicati ed emarginati dal gruppo di pari – che influenzano le nostre azioni.

Il conformismo è solo uno dei risultati innescati da meccanismi mentali che quotidianamente mettiamo in atto senza accorgercene. Nel video che vi propongo oggi, la ricercatrice danese Sille Krukow introduce al pubblico di TED (programma non-profit che propone ogni sorta di conferenze) il concetto di nudge. Per farlo mostra alcuni dei comportamenti umani che volenti o nolenti mettiamo in atto ogni giorno, non perché siamo mentalmente limitati o menefreghisti, ma semplicemente perché il nostro cervello funziona in un certo modo e, pieno di stimoli ed emozioni diverse, fatica a realizzare un dato comportamento auspicato.

Quindi, nonostante siamo iscritti a Greenpeace e la domenica ci ritroviamo in via Dante con cartellette in mano a fermare passanti indispettiti alla ricerca di fondi per una buona causa, ogni mattina e ogni sera non ci ricordiamo di chiudere l’acqua del rubinetto mentre ci laviamo i denti. Oppure, anche se medici e capaci benissimo di capire l’importanza del movimento fisico, l’unico momento in cui muoviamo le gambe è quando saliamo e scendiamo dalle nostre automobili dopo aver fatto la spesa al supermercato di fronte casa; ancora, ma perché ci ritroviamo a mangiare quel succulentissimo tiramisù se sappiamo benissimo che siamo a dieta? Vabbè, da domani iniziamo seriamente..

Capita anche che, pur essendo molto ordinati e amanti della pulizia, se invitati ad un pranzo all’aperto dove vediamo che i piatti, una volta usati, vengono lasciati sulle panchine e per terra, miracolosamente le nostre manie casalinghe svaniscono, e ci dimentichiamo anche noi dell’esistenza dei bidoni per la spazzatura.

E’ quello che è accaduto agli spettatori di Ted, come potete vedere qui. Se avete poi la pazienza, al minuto 6.40 è presentato un altro esempio di comportamento di massa: la fila. Nel video vi si presenta una fotografia raffigurante molte persone che ordinatamente, una dietro l’altra, aspettano il proprio turno. Se anche solo una di loro cominciasse a spingere e passare avanti, l’intero quadro si romperebbe: è ciò che Sille Krukow chiama pack mentality, uno dei più potenti istinti umani che ci porta a imitare il comportamento altrui. Credo che tutti almeno una volta abbiamo sperimentato questo fenomeno. Se un amico ha mal di gola e parla sottovoce, anche noi abbassiamo la voce. Se qualcuno si toglie le scarpe sulla soglia di casa, noi facciamo lo stesso (maledicendo magari chi non ci ha informato di quest’usanza, avremmo messo un paio di calzini con meno buchi..). Personalmente mi capita di farci caso soprattutto in aereoporto, quando vado in Inghilterra. Nei voli interni, pieni di inglesi disciplinatissimi, mi ritrovo anch’io a fare un passo dopo l’altro in un ammirevole atteggiamento british. Quando invece mi ritrovo davanti al gate per rientrare a Milano, esce nuovamente in me quello spirito primitivo che ci trova gusto a fare calca e dare spintoni. Per cosa poi, sulla Ryanair tutti i posti sono scomodi..

Ma non importa andare troppo lontano per toccare con mano la pack mentality. 

Provate la metropolitana milanese. Tuffatevi nella linea gialla diretta a Comasina, scendete a Duomo e prendete le scale mobili. Vedrete che ce ne sono due, una affianco all’altra. Entrambe si fermano dopo qualche minuto che nessuno ci sale sopra. Quando le persone fuoriescono dai vagoni come sardine intrappolate nelle scatolette, prendono la scala più vicina, quella di destra. Di conseguenza quella a sinistra continua a rimanere ferma. Quello che succede è che si crea una fila lunghissima a destra, perché la gente pensa che la scala mobile di sinistra sia rotta. E prima che qualche intrepido riveli la verità, passano molti secondi, con le persone che si guardano a vicenda e si domandano se l’altra scala è rotta. Ma restando in coda, ovviamente.

Augurandomi di non violare nessuna legge sulla privacy, vi posto il video che ho fatto lo scorso sabato così potete vedere personalmente il fenomeno che vi ho descritto. Fate attenzione soprattutto alla fine, quando chiaramente una coppia che si sta dirigendo verso destra fa uno scatto verso la scala di sinistra non appena si accorge che non è rotta, ma perfettamente funzionante ! Ecco qui il video, buona visione.

Segnalo infine, a chi già non lo conoscesse, il blog di Matteo Motterlini, esperto di psicologia cognitiva ed economia comportamentale. Io ho cominciato a leggerlo da qualche tempo, e merita davvero. Eccolo qui.