Povertà e inquinamento: una risposta possibile nei Paesi emergenti

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Cari lettori, scusate la lunga assenza: sono stata in India per un mesetto a fare volontariato. Che esperienza! Al di là delle vicende umane vissute con le persone che ho incontrato durante il mio lavoro, andare in India significa essere catapultati in un mondo straordinariamente diverso da tutto ciò che a noi italiani, europei, e in generale occidentali, può sembrare familiare. Dai colori agli odori, dal cibo ai vestiti, ogni momento è una scoperta di un’esistenza fatta di usanze, credi e tradizioni così distanti dalle nostre da rendere il tutto estremamente affascinante. Non la smettevo di fare fotografie, tanto che la famiglia che mi ha ospitato a Dehli mi prendeva quasi in giro. Ma lì anche i carretti della frutta e della verdura sul ciglio delle strade hanno un che di esotico!

La povertà poi è tanta, i bambini soli per le strade innumerevoli, la qualità della vita per molti è molto bassa. Lo smog è a livelli inimmaginabili e il traffico…o mamma il traffico ! La cosa che mi ha colpito di più sono le fermate degli autobus. Di solito funzionano così. Le persone, numerosissime, aspettano in modo disordinato in mezzo alla strada (tanto che io all’inizio pensavo stessero partecipando a qualche manifestazione..). L’autobus – che può o non passare.. – quando poi arriva, già stracolmo, non si ferma alla fermata. Rallenta. I più veloci e atletici prendono la rincorsa e ci saltano su! Gli altri fanno a spintoni per prendere i tanti taxi che seguono saggiamente l’autobus. Così si fanno gli affari a Dehli, sfruttando un mal funzionamento pubblico !

Questo, come tanti altri episodi mi hanno fatto riflettere sul ruolo della legge e in particolare della Behavioural law. Vivere in prima persona un Paese con una cultura estremamente differente dalla mia, mi ha permesso di capire quanto sia davvero importante uno studio e un’analisi attenta e approfondita delle persone destinatarie di una normativa, perché questa possa essere efficace nel suo obiettivo. Nella comunità di rifugiati tibetani in India dove ho lavorato, ad esempio, era all’ordine del giorno sputare. S’incontrano di continuo sia uomini che donne che si liberano tranquillamente dei propri umori facendo anche un gran bel baccano! Da noi è vissuto come un gesto piuttosto maleducato, a volte di avversione o ripulsa. So che in alcuni comuni italiani è addirittura vietato e i vigili possono anche dare una multa. Sarebbe inconcepibile in Tibet..

Mi sono inoltre resa conto che la “legge comportamentale”, ovvero la legge utilizzata come strumento per modificare una data situazione, non è ancora diffusa e utilizzata ovunque. In questo mese ho cercato qualche forma di Behavioural law per poterla riportare su questo blog ed essere d’ispirazione per noi occidentali. Francamente ho fatto un po’ fatica, non ho visto una presenza così importante delle regolamentazioni da indurre cambiamenti nei comportamenti. Al contrario ho notato un poco efficiente utilizzo dei mezzi a disposizione per migliorare delle situazioni limite, come lo smog e i rifiuti.

Esempio. Soprattutto a nord, dove ho passato la maggior parte del tempo, ho incontrato numerosi cartelli che sensibilizzano alla cura dell’ambiente e al riciclo. Ma se cammini per strada poi i rifiuti abbondano. E il problema della sporcizia in India ormai c’è da tantissimo tempo. Forse semplici cartelli propagandistici non bastano. Pensando poi che una fetta molto consistente della popolazione indiana è pure analfabeta, i segnali come questi che vi metto qui sotto sono decisamente inutili.

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Invece un’altra soluzione può essere più producente. Ma vediamo prima alcuni dati.

Secondo l’ultimo rapporto dell’International Solid Waste Association (associazione che riunisce gli operatori di tutto il mondo del settore smaltimento rifiuti) ogni anno vengono prodotti 4 miliardi di tonnellate di rifiuti. E nei prossimi 10 – 15 anni si potrebbe assistere a un aumento di questa produzione anche del 50 %, arrivando quindi a più di 6 miliardi di tonnellate di spazzatura annui.

Oltre a questi dati è da considerare che più di 3,5 miliardi di persone non ha accesso ai più elementari servizi di gestione della spazzatura, creando montagne di rifiuti abbandonati che portano danni all’ambiente (secondo l’ISWA i rifiuti urbani rappresentano il 12 %delle emissioni mondiali di metano e il 5 % della produzione totale del gas serra) e alla salute enormi.

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Ma oltre ai danni all’ambiente e ai problemi di malattie, la gestione dei rifiuti urbani rappresenta una delle voci di costo più pesanti nei bilanci delle amministrazioni pubbliche, e continua a crescere con l’aumento della popolazione e il progresso economico. La Banca Mondiale ha stimato che la gestione dei rifiuti costa alla comunità 205 miliardi di dollari l’anno. Cifra, anche questa, che potrebbe raddoppiare nei prossimi 10 – 15 anni.

In quelle nazioni, poi, dove lo sviluppo d’impianti e tecnologie è in ritardo, i costi di smaltimento sono più elevati. In più questi paesi, dato il loro utilizzo massiccio di discariche, diventano la destinazione ultima dei rifiuti speciali (industriali) e più pericolosi: secondo il rapporto dell’UNEP (il programma per l’ambiente delle Nazioni Unite) solo dall’Europa sono arrivate nell’Africa occidentale 220 tonnellate di rifiuti ellettrici ed elettronici, estremamente pericolosi e inquinanti se non trattati in maniera adeguata.

Ma torniamo in India. Dove il numero delle persone che vivono in condizioni di povertà estrema è maggiore che nei 26 stati più in difficoltà dell’Africa: solo negli 8 stati a nord dell’India vivono 420 milioni di poveri, mentre il continente nero ne ospita 410. Il parlamento indiano sta esaminando in questi mesi una legge sulla sicurezza alimentare nazionale che prevede la distribuzione di 5 kg di grano mensili a 800 milioni di persone, 2/3 della popolazione. Costo: 24 miliardi di dollari all’anno. Questa legge probabilmente incontrerà numerose difficoltà, data la forte opposizione che a essa sta manifestando la WTO (l’Organizzazione mondiale del commercio), che la ritiene semplicemente l’ennesima scappatoia dell’India “per ricevere sussidi potenzialmente illimitati e distorsivi del mercato”.

Alla luce di questi fatti perché non pensare a una proposta di legge che combini la soluzione del problema povertà e dell’inquinamento, in modo più efficace e meno costoso magari?

Si potrebbe, infatti, prevedere la costituzione di punti di raccolta rifiuti (magari differenziati a seconda dei materiali) dove in cambio della lattina di coca cola, ad esempio, è dato un contributo in denaro o sotto forma di buono alimentare. A mio parere questo meccanismo innescherebbe una serie di conseguenze positive:

– chi tra i rifiuti ci vive e dorme comincerebbe a fare un po’ di pulizia, guadagnando magari quel minimo per mangiare almeno due volte al giorno

– si creerebbe un’occupazione utile e dignitosa per i più disperati, che spesso invece cadono vittima di sfruttamenti, abusi e attività illegali

– le persone, seppur indirettamente, comincerebbero a sensibilizzarsi al problema della gestione rifiuti

– le strade sarebbero più pulite

– lo Stato risparmierebbe sui fondi stanziati per i servizi di recupero e smaltimento rifiuti e sui servizi sanitari.

Tutto ciò a un costo estremamente contenuto. In India si riesce a mangiare in abbondanza e bene con 10 euro al giorno. Una pagnotta di pane da 1 kg costa 30 rupie, ovvero 40 centesimi. Vuol dire che la ricompensa per ogni rifiuto può essere inferiore a 1 centesimo. Pensiamo a quanti rifiuti potrebbero essere raccolti e remunerati con un fondo di 24 miliardi di dollari stanziati all’anno.. se ipotizzassimo di remunerare ogni rifiuto 1 centesimo, destinando pure 3/4 miliardi all’organizzazione e all’installazione di punti di raccolta rifiuti, con 20 miliardi di dollari si raccoglierebbero 2 mila miliardi di pezzi di scarto. Non ho i dati necessari per fare delle stime corrette, ma senza dubbio sarebbe un bel risparmio per le amministrazioni pubbliche indiane.

Certo questa misura non risolverebbe la fame nel mondo e i problemi dei rifiuti in India, ma potrebbe cominciare a creare un tassello per arrivare a misure ancora più efficaci. In Italia ad ogni modo sembra stare funzionando. Dal 2011, infatti, la campagna itinerante “Riciclare conviene” promossa da tetra Pak e la catena dei supermercati E.Leclerc-Conad ha raccolto oltre 150mila contenitori Tetra Pak in cambio di 55 mila “eco-scontrini” emessi. A Modena, Forlì, Rimini, Bologna, Santo Stefano di Magra, Terni, e quest’anno anche a Torino, sono state posizionate in determinate aree della città delle postazioni automatiche in cui, in certi periodi promozionali dell’anno, inserire i contenitori Tetra Pak. Così facendo si ottiene un eco-scontrino che dà diritto ad uno sconto sulla spesa presso i supermercati E.Leclerc-Conad. Un incentivo alla cultura del riciclo, per ricordare che impegnarsi per l’ambiente ha un duplice risultato, ambientale ma anche economico. Il rifiuto è una risorsa che consente di risparmiare denaro e materie prime. Per non parlare delle ricadute positive dei promotori, che così facendo possono contare su di un aumento e una fidelizzazione dei propri clienti.

Complice di questo successo è senz’altro la crisi, dove – lo sappiamo – gli incentivi economici sono i più potenti strumenti per muovere le persone verso una data direzione. E se questa direzione può portare benefici alla popolazione, all’ambiente e agli organismi privati e pubblici, perché non utilizzarli per risolvere quei problemi che sembrano ormai da troppo tempo irrisolvibili? Una soluzione, da qualche parte, c’è sempre. E se non servisse alla risoluzione definitiva, sarebbe comunque un miglioramento.

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Excuse me Sir, do you mind if I jump the queue?

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Nel post “La forza del conformismo” ho introdotto il tema delle pressioni sociali. Spiegando quanto i comportamenti delle masse influenza il comportamento di un singolo, ho riportato la teoria elaborata da Thaler e Sustein, massimi esperti nel campo, secondo cui le influenze sociali sono di due tipi: quelle legate all’informazione che una molteplicità di persone mette in circolazione – che suggestionano la percezione e l’elaborazione di un determinato evento o concetto; altre connesse alla paura di sentirci giudicati ed emarginati dal gruppo di pari – che influenzano le nostre azioni.

Il conformismo è solo uno dei risultati innescati da meccanismi mentali che quotidianamente mettiamo in atto senza accorgercene. Nel video che vi propongo oggi, la ricercatrice danese Sille Krukow introduce al pubblico di TED (programma non-profit che propone ogni sorta di conferenze) il concetto di nudge. Per farlo mostra alcuni dei comportamenti umani che volenti o nolenti mettiamo in atto ogni giorno, non perché siamo mentalmente limitati o menefreghisti, ma semplicemente perché il nostro cervello funziona in un certo modo e, pieno di stimoli ed emozioni diverse, fatica a realizzare un dato comportamento auspicato.

Quindi, nonostante siamo iscritti a Greenpeace e la domenica ci ritroviamo in via Dante con cartellette in mano a fermare passanti indispettiti alla ricerca di fondi per una buona causa, ogni mattina e ogni sera non ci ricordiamo di chiudere l’acqua del rubinetto mentre ci laviamo i denti. Oppure, anche se medici e capaci benissimo di capire l’importanza del movimento fisico, l’unico momento in cui muoviamo le gambe è quando saliamo e scendiamo dalle nostre automobili dopo aver fatto la spesa al supermercato di fronte casa; ancora, ma perché ci ritroviamo a mangiare quel succulentissimo tiramisù se sappiamo benissimo che siamo a dieta? Vabbè, da domani iniziamo seriamente..

Capita anche che, pur essendo molto ordinati e amanti della pulizia, se invitati ad un pranzo all’aperto dove vediamo che i piatti, una volta usati, vengono lasciati sulle panchine e per terra, miracolosamente le nostre manie casalinghe svaniscono, e ci dimentichiamo anche noi dell’esistenza dei bidoni per la spazzatura.

E’ quello che è accaduto agli spettatori di Ted, come potete vedere qui. Se avete poi la pazienza, al minuto 6.40 è presentato un altro esempio di comportamento di massa: la fila. Nel video vi si presenta una fotografia raffigurante molte persone che ordinatamente, una dietro l’altra, aspettano il proprio turno. Se anche solo una di loro cominciasse a spingere e passare avanti, l’intero quadro si romperebbe: è ciò che Sille Krukow chiama pack mentality, uno dei più potenti istinti umani che ci porta a imitare il comportamento altrui. Credo che tutti almeno una volta abbiamo sperimentato questo fenomeno. Se un amico ha mal di gola e parla sottovoce, anche noi abbassiamo la voce. Se qualcuno si toglie le scarpe sulla soglia di casa, noi facciamo lo stesso (maledicendo magari chi non ci ha informato di quest’usanza, avremmo messo un paio di calzini con meno buchi..). Personalmente mi capita di farci caso soprattutto in aereoporto, quando vado in Inghilterra. Nei voli interni, pieni di inglesi disciplinatissimi, mi ritrovo anch’io a fare un passo dopo l’altro in un ammirevole atteggiamento british. Quando invece mi ritrovo davanti al gate per rientrare a Milano, esce nuovamente in me quello spirito primitivo che ci trova gusto a fare calca e dare spintoni. Per cosa poi, sulla Ryanair tutti i posti sono scomodi..

Ma non importa andare troppo lontano per toccare con mano la pack mentality. 

Provate la metropolitana milanese. Tuffatevi nella linea gialla diretta a Comasina, scendete a Duomo e prendete le scale mobili. Vedrete che ce ne sono due, una affianco all’altra. Entrambe si fermano dopo qualche minuto che nessuno ci sale sopra. Quando le persone fuoriescono dai vagoni come sardine intrappolate nelle scatolette, prendono la scala più vicina, quella di destra. Di conseguenza quella a sinistra continua a rimanere ferma. Quello che succede è che si crea una fila lunghissima a destra, perché la gente pensa che la scala mobile di sinistra sia rotta. E prima che qualche intrepido riveli la verità, passano molti secondi, con le persone che si guardano a vicenda e si domandano se l’altra scala è rotta. Ma restando in coda, ovviamente.

Augurandomi di non violare nessuna legge sulla privacy, vi posto il video che ho fatto lo scorso sabato così potete vedere personalmente il fenomeno che vi ho descritto. Fate attenzione soprattutto alla fine, quando chiaramente una coppia che si sta dirigendo verso destra fa uno scatto verso la scala di sinistra non appena si accorge che non è rotta, ma perfettamente funzionante ! Ecco qui il video, buona visione.

Segnalo infine, a chi già non lo conoscesse, il blog di Matteo Motterlini, esperto di psicologia cognitiva ed economia comportamentale. Io ho cominciato a leggerlo da qualche tempo, e merita davvero. Eccolo qui.

Esperienze traumatiche e comportamenti criminali

Juvenile in jail

Il 19 giugno 2012, dalle 3 alle 6 del pomeriggio, presso il Parliamentary Office of Science and Technology di Londra, si è tenuto una conferenza dal titolo Neuroscience, Children & the Law. Durante questo incontro professori e ricercatori in neuroscienza hanno esposto le loro più recenti ricerche sul comportamento delinquenziale in età infantile.

I vari interventi hanno mostrato che il crescere in un ambiente familiare difficile e non sereno crea delle distorsioni nello sviluppo di alcune funzioni del cervello, e ciò facilita l’insorgere di malattie mentali e di comportamenti violenti. Molte sono le cause e i fattori scatenanti, e variano nella loro intensità. In particolare la professoressa Seena Fazel della Oxford University ha dimostrato che un episodio traumatico (TBI – Traumatic Brain Injury ), dovuto ad un incidente o ad una violenza, aumenta sensibilmente l’aumento del rischio di coinvolgimento in attività criminali. Il 45% dei piccoli trasgressori ha, infatti, alle spalle uno o più episodi di TBI.

Come queste scoperte scientifiche possano aiutare a migliorare il sistema giudiziario ancora non è ben chiaro, ma certo l’individuazione dei fattori scatenanti potrebbero fornire materiale interessante per delle misure preventive. Molti poi auspicano riforme nel diritto penale e penitenziario, sostenendo una modifica nell’età e nelle motivazioni per la responsabilità criminale dei giovanissimi.

Nel frattempo, l’Economic and Social Research Council ha messo a disposizione un fondo di 205 mila sterline per finanziare progetti pubblici e privati di ricerca in ambito sociale ed economico. Se qualcuno avesse in mente un’idea migliorativa del nostro sistema giudiziario, potrebbe provare a fare domanda di finanziamento. Con l’auspicio che sempre più si sviluppi il dialogo tra neuroscienziati, giuristi e legislatori.

Adolescenti e Corti Supreme

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Il 3 agosto 2012, all’Orange County Convention Centre, il dottor Steimberg, esperto in psicologia evolutiva, ha esposto una presentazione dal titolo: “Should the Science of Adolescent Brain Development Influence Public Policy?”. Da alcune ricerche condotte alla Temple University, infatti, il professore e il suo team di ricerca hanno scoperto che il cervello di un adolescente non si sviluppa omogeneamente, ma alcune strutture neuro-cognitive raggiungono un livello di maturità prima di altre. In particolare sembra che le facoltà intellettuali siano quelle che si sviluppano prima (circa a metà adolescenza), mentre quelle legate alla gestione delle emozioni – come ad esempio l’autocontrollo – maturano solo verso la fine dell’adolescenza, se non addirittura nell’età adulta.

Diversamente da un adulto (ovviamente sano e con tutte le facoltà mentali ormai sviluppate), gli adolescenti fanno molta fatica a controllare le proprie azioni, perché i centri neuronali adibiti alla sensazione della ricompensa sono molto attivi. Di qui la difficoltà per un ragazzo ad auto controllarsi, e a preferire invece il coinvolgimento in attività rischiose, avventate, poco lungimiranti e a volte criminali. Più la ricompensa è alta, più alto è il rischio.

Questa scoperta è interessante soprattutto alla luce di un’importantissima sentenza americana (Miller v. Alabama) dove la Corte Suprema, dopo aver ascoltato l’American Psychological Association (APA) che presentava la ricerca di Steimberg, ha deciso che gli statuti che prevedono obbligatoriamente la pena di morte o l’ergastolo nei casi di omicidio sono incostituzionali se coinvolto è un’adolescente.

In base allo studio di Steimberg, infatti, gli adolescenti potrebbero essere maturi per alcune decisioni, ma non per altre. Ad esempio un sedicenne è perfettamente in grado di decidere che cura medica è meglio intraprendere. Ma fa molta fatica a pensare alle conseguenze di una guida veloce tra strade metropolitane trafficate. Per la Corte americana è quindi ingiusto punirlo con una pena troppo severa.

Questa sentenza (che farà da precedente per tutte le prossime a venire), ha compiuto senza dubbi un passo enorme verso una maggiore sensibilizzazione alle caratteristiche psicologiche dell’essere umano. Dei suoi processo evolutivi che differiscono da singolo a singolo.

Se la ricerca della Temple University influenzerà altre Corti o legislatori è difficile dirlo, certo ha aperto uno spiraglio di discussione potenzialmente molto incisivo. Probabilmente, poi, qualcuno utilizzerà queste evenienze per limitare i diritti dei minori e come base per una disciplina più paternalistica.

Chissà che non possa invece essere di stimolo per ideare nuove “spinte gentili” capaci di modificare alcuni comportamenti avventati e pericolosi dei ragazzi, che oggi si trovano sempre più pieni di mezzi che consentono loro immediatamente di fare ciò che li aggrada di più.

Nello scorso posto ho dimenticato di riportare la mia esperienza al Cresa. In effetti non ci sono stata, il professor Motterlini è stato impegnato con il rettore tutto il pomeriggio, e il nostro incontro è stato rimandato a settimana prossima. Ad ogni modo il post è stato letto e la risposta alla mia domanda (se il fatto che l’amigdala è una delle parti più ancestrali del nostro cervello c’entra con il fatto che il sentimento che suscita – la paura della perdita – è prevalente su altri tipi di emozioni) è la seguente. Premetto che dalla risposta si deduce che non c’è ancora nulla di certo, infatti il professor Motterlini mi ha scritto dicendo che semplicemente la perdita via amigdala è un campanello di allarme evolutivo che suona più forte.

Questo non spiega come mai quel campanello suoni più forte, ma magri può essere un punto di partenza per indagare più a fondo.

Coltelli, piatti, bicchieri e cucchiaini: prodi alleati o pavidi sabotatori della nostra linea?

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Settimana scorsa la mia strada si è separata da quella di una persona che mi è stata molto vicina in questi ultimi mesi, che mi ha spronato e stimolato, e senza la quale probabilmente questo blog nemmeno esisterebbe. A questa persona dedico questo post e la ringrazio di tutti i giorni e i momenti passati insieme, che rimarranno sempre nella mia memoria.

Il tema di oggi è estremamente simpatico: l’influenza che il colore delle posate ha sul gusto degli alimenti e sulla quantità consumata di essi. Qualche tempo fa, infatti, è uscito sulla rivista Flavour uno studio inglese che mostra come la forma, il colore e il materiale delle posate modifichi la percezione del sapore. Consumare un pasto sembra essere un’esperienza multisensoriale, che coinvolge non solo il gusto ma anche l’olfatto, la vista e le sensazioni tattili che proviamo quando mastichiamo un boccone. Il nostro cervello “giudica” il cibo ben prima del momento della masticazione, e questo influisce sulla percezione finale che ne traiamo.

Per dimostrare questo i ricercatori dell’Università di Oxford hanno fatto mangiare a dei volontari gli stessi cibi ma con posate diverse. Da questi test sono risultate le seguenti divertenti evenienze:

– mangiare lo yogurt con un cucchiaio di plastica ci fa sembrare il latte fermentato più denso e  costoso che mangiarlo con un cucchiaio di metallo (la plastica è molto più leggera dell’acciaio di un bel cucchiaino da dessert)

– lo yogurt mangiato con un cucchiaino bianco ci sembra più dolce e piacevole rispetto allo stesso yogurt consumato con una posata nera. Lo stesso avviene con uno yogurt alla fragola: il contrasto di colori fa percepire l’alimento meno zuccherino e gradevole

– il formaggio risulta più salato e saporito se preso dalla punta del coltello, piuttosto che con uno stuzzicadenti o una forchetta

Questi dati confermano risultati precedenti riguardanti altre stoviglie: le bevande consumate da un bicchiere blu o verde (colori freddi) sono ritenute più rinfrescanti. La cioccolata calda bevuta in una tazza color arancio o color crema ha più gusto rispetto a sorseggiarla da una tazza bianca o rossa. Invece, una mousse alla fragola sembra più dolce e gustosa se presentata su un piatto bianco rispetto a uno nero (qui l’articolo pubblicato sul Journal of Sensory Studies).

Queste scoperte sono di interesse applicativo soprattutto in ambito medico. Sapere che il materiale e i colori degli oggetti con cui consumiamo i pasti ne modificano il sapore, può servire a controllare le porzioni o ridurre il contenuto in zucchero e sale dei cibi, con un effetto positivo sulla dieta.

Non stupitevi se alla prossima visita il dietologo vi prescriverà di mangiare con posate bianche e di plastica i vostri piatti light..

Amigdala e perdite monetarie, una nuova scoperta

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Il 3 settembre scorso è stato pubblicato sulla rivista The journal of Neuroscience lo studio condotto dai ricercatori del Cresa (Centro di Ricerca di Epistemologia Sperimentale Applicata) dell’università San Raffaele a Milano. Lo studio, in prima pagina sul Corsera, risponde ad alcuni interrogativi rimasti finora senza risposta sul perché le persone provano più dolore perdendo una somma di denaro rispetto al piacere che provano quando ne guadagnano la stessa somma. Nel 1979, lo piscologo cognitivista Daniel Kahneman elabora infatti la cosiddetta “Teoria del prospetto”. Guadagnandosi con essa il premio Nobel per l’economia, Kahneman dimostra che le perdite e i guadagni non sono percepiti dagli esseri umani in egual misura (di seguito l’asse cartesiano che rappresenta graficamente questa teoria. La curva, che rappresenta il comportamento della maggioranza delle persone, nel quadrante delle perdite – quello in basso a sx – è decisamente più profonda di quella nel quadrante dei guadagni – in alto a dx. Questo significa che l’avversione alle perdite è più forte del desiderio di un guadagno).

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Ma perché il perdere è più forte del guadagnare? Perché stiamo peggio quando non abbiamo più dei soldi, e la contentezza che proviamo quando ne otteniamo una somma uguale non è la stessa? Lo studio del Cresa spiega questo fenomeno dicendo che le emozioni della perdita e del guadagno provengono da due zone cerebrali differenti. Mentre il nucleo accumbens è il centro cerebrale che tratta il rendimento, è l’amigdala l’area in cui si origina l’avversione alla perdita.

Da sempre protagonista dei processi psicologici del timore e della paura, l’amigdala è una delle aree più antiche del nostro cervello. E svolgeva un ruolo importantissimo per i primi ominidi, ai quali la paura serviva moltissimo. Quest’emozione, infatti, li avvertiva di un pericolo imminente, e così potevano prendere in tempo le dovute precauzioni – non tutti ovviamente..altrimenti l’evoluzione della specie?

Leggendo l’articolo, però – sarò sincera, non l’ho ancora letto tutto – non sono riuscita a capire per quale motivo effettivamente il dolore della perdita è più forte del piacere di un guadagno. Il fatto che queste emozioni scaturiscano da due aree cerebrali differenti non giustifica l’asimmetria nella percezione delle due emozioni. Forse il fatto che l’amigdala è una parte più antica del cervello, che abbiamo usato per molto più tempo, c’entra qualcosa?

Magari voi sarete più diligenti di me e leggendo subito tutto lo studio capirete meglio. Ad ogni modo domani vado in visita al Cresa stesso e chiederò direttamente al Professor Matteo Motterlini, spero di potervi riferire una risposta esauriente nel prossimo post.

Questa ricerca, tuttavia, pone in campo un’importante tassello che in futuro potrà permettere agli studiosi di finanza e legge comportamentale di comprendere meglio i comportamenti cognitivi degli investitori, e realizzare – di conseguenza – una disciplina giuridica adatta a tutelare nel migliore dei modi gli investitori, partendo proprio dal considerare anche le caratteristiche anatomiche del nostro cervello.

Ultima cosa. In effetti la perdita sembrerebbe sempre più dolorosa di una vincita. In tutti i campi. Il professor Paolo Legerenzi, esperto di finanza comportamentale con cui ho lavorato negli scorsi due anni, usava ricordare a tal proposito le parole di André Agassi quando vinse il desideratissimo Slam agli Open in Australia:

“Now that I have won a slam, I know something very few people on earth are permitted to know. A win doesn’t feel as good as a loss feels bad, and the good feeling doesn’t last long as the bad. Not even close”. (A.Agassi, Open, Harper 2011. In italiano è edito Einaudi).

Forse una visione un po’ depressa, comunque..vincere è sempre meglio !

Street art e politici russi

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Tra i commenti all’articolo che avevo scritto su Nuovo e Utile, portale di Annamaria Testa sulla creatività, (qui il mio articolo e qui la Home page del sito), è stato pubblicato un video simpaticissimo su di una spinta gentile “al contrario”. Questa volta, infatti, non è la pubblica amministrazione che si ingegna per cambiare il comportamento dei cittadini, ma sono questi ultimi che, con creatività e umorismo cercano di rendere più virtuose le decisioni dei politici. Questo per dimostrare che una spinta gentile può provenire da qualsiasi parte, e che, se ben pensata, può ottenere rapidi e soddisfacenti risultati anche in quegli ambienti ritenuti più statici e difficili da cambiare.

Che questa piacevole vicenda russa (ecco qui il video) possa essere di stimolo a tutti coloro che, scoraggiati sin dall’inizio dalle difficoltà che si prospettano, evitano tout court di intraprendere una campagna per migliorare un sistema che non li soddisfa. Forse per ottenere il risultato desiderato basterebbe cambiare strategia d’azione, e le difficoltà diminuirebbero. Forse.