L’italiano: una questione di etica

E’ passato molto tempo dall’ultimo post su questo blog. Tanto e’ successo in questo passato anno e mezzo e tanto è cambiato dentro e fuori di me. Con più certezze ma anche con più sfide da affrontare, oggi vorrei condividere una riflessione che facevo mentre tornavo a casa dopo il lavoro.

Mi trovo a Houston, Texas ormai da più di un anno e sto cominciando ad apprezzare le differenze culturali e sociali che questo ‘nuovo mondo’ presenta rispetto alla mia più anziana Italia. Con diverse perplessità sullo stato civile di questo Paese (a mio parere quasi nullo) la mia riflessione stasera era più che altro sulla conformità di valori e sul rispetto della legge.

Di fronte ad uno dei più buoni hamburger di Houston, lo scorso weekend parlavo con degli amici italiani di Renzi e delle nostre impressioni sul suo mandato. Per non dilungarmi troppo nei dettagli, il succo della conversazione è che, anche se chi tiene le redini ci mette tutta la buona volontà, l’italiano è fatto in modo che di fonte ad una regola si scervella in ogni modo per trovare il modo di eluderla.

La domanda che ho posto prima di tutto a me stessa e poi ai miei amici è stata: come cambiare questo fenomeno? Non ci siamo dati una risposta quel giorno, la conversazione ha cambiato corso e solo stasera l’ho recuperata per arrivare ad una mia risposta.

Parte della mia riflessione è scaturita dal fatto che uno di questi amici con cui ho condiviso un buon pranzo ed una serena conversazione sulla politica italiana, persona che stimo molto sempre attenta e corretta, qualche tempo prima mi aveva confidato che da qualche tempo va in palestra utilizzando il suo vecchio abbonamento, ormai scaduto.

Riflettendo sul comportamento del mio amico non posso che pensare che il suo è un furto. Di una struttura e di un servizio, ma sempre un furto è. Questo giudizio, però, è ovviamente basato sulla mia etica e sui miei valori. Dico ovviamente perché se per me entrare in palestra con un abbonamento scaduto è un comportamento delinquenziale, per il mio amico non lo è. E’ invece un atto socialmente accettabile e ripetibile nel corso del tempo.

La pratica dell’elusione della legge è dunque una questione di etica?

Etimologicamente etica è ciò che è bene e ciò che è male, la distinzione tra giusto e sbagliato. Come mai io e il mio amico abbiamo un’etica diversa nonostante proveniamo dallo stesso Paese e condividiamo simili esperienze e ambizioni di vita dato che ci troviamo nello stesso posto a fare lo stesso lavoro? Devo ammettere che il fatto che questa persona sia meridionale, mentre io sono del nord ha rappresentato una delle prime risposte che mi sono data. Ricordo che i miei mi raccontarono di un loro caro amico che dal meridione aveva rinunciato a seguire la compagnia, trasferitasi in Toscana per lavoro, perché lì non avrebbe potuto utilizzare infiniti giorni di malattia senza bisogno del certificato medico.

Ora è vero che a casa mia queste cose non succedono, mentre un po’ in basso sono frequenti. E’ anche vero però che le tasse non le pagano ovunque e comunque un modo per accelerare le procedure viene ricercato ovunque, seppur con frequenza e successo diversi.

Non volendo però con questa riflessione giudicare nessuno, la mia preoccupazione sta nel trovare una soluzione a questa differenza di valori. Come faccio a legiferare una legge che è considerata obbligatoria per tutti e non opzionale per qualcuno?

Leggevo che negli USA sin da piccoli i bambini ricevono un’educazione che sostiene la maggioranza, conformità e contrasta l’individualità. Se questa pratica è anch’essa discutibile, certo sembra fornire un’uniformità di valori che è mantenuta nel corso degli anni. Se il codice stradale dice che ti devi fermare allo stop, oh questi si fermano anche se è una stradina isolata dove non passa un’anima da anni nemmeno a volerlo. Alla receptionist non controllano la data di scadenza del tuo abbonamento perché a nessuno verrebbe in mente di usufruire di un servizio senza averlo pagato. All’esame teorico per la patente, nessuno sta a controllare che tu non copi, perché copiare è scorretto e qui non è d’uso.

Ovviamente è stressare in positivo un Paese che di difetti ne ha, eccome. A mio parere, comunque, presenta su alcuni aspetti caratteristiche simili ai nostri paesi del nord d’Europa (Danimarca, Germania, Norvegia e Svezia) dove l’evasione alle tasse è a livelli molto bassi.

Per concludere questa mia riflessione: forse non c’è da puntare troppo sull’elaborazione di strumenti giuridici per ridurre l’elusione alle leggi. Forse dobbiamo invece pensare a come uniformare un’etica comune a tutti gli Italiani. Come fare? Ancora non lo so. Secondo me è una questione di cultura e mentalità. E se così fosse, sono ottimista. La mia generazione, o generazione Y come va di moda ultimamente tra gli economisti, è caratterizzata da una necessità – volente o nolente – di allontanarsi da casa, di vivere in realtà differenti, di adattarsi a mentalità diverse. E se siamo bravi a fare tesoro di queste esperienze, questo significa apportare al nostro Bel Paese un’aria nuova, più fresca e, perché no, più eticamente corretta.

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La politica contro la lotta alla fame

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Nel quotidiano LaRepubblica dello scorso 11 dicembre, Carlo Petrini intitola il suo articolo “Il diritto al cibo”. Riflettendo sulle parole che Papa Francesco aveva pronunciato il lunedì precedente in occasione del lancio della nuova campagna della Caritas Internationalis contro la fame, riporta all’attenzione lo “scandalo mondiale” della morte per fame. L’aspetto interessante nel discorso del Papa che Petrini sottolinea sta nel monito a tutti noi a “diventare più consapevoli delle nostre scelte alimentari che spesso comportano spreco di cibo e cattivo uso delle risorse a nostra disposizione”. Passa, dunque, da una prospettiva in cui la fame era una disgrazia della storia e i ricchi caritatevoli aiutavano i più sfortunati, a quella per cui se più di un miliardo di persone oggi muore di fame è colpa del sistema alimentare e produttivo in cui noi tutti giochiamo un ruolo e abbiamo una parte. Il nostro stile di vita è parte del problema, ma anche della soluzione.

Un cambiamento nelle nostre abitudini alimentari, infatti, potrebbe aiutare a ridurre questa discrepanza tra i Paesi ricchi e quelli poveri. Ricordo di essere diventata vegetariana quando, due anni fa, vidi il documentario “Taste the waste” (di cui consiglio vivamente la visione!). Il documentario denunciava gli sprechi alimentari dell’occidente, e in particolare mi aveva colpito la parte in cui mostrava quanto il prezzo degli alimenti base (cereali) fosse con gli anni aumentato a causa del fenomeno degli allevamenti intensivi. E ciò ha determinato grosse difficoltà per le popolazioni più povere di acquistare questo alimento base. Il regista, Valentine Thurn, ha poi calcolato che la quantità di cibo buttato ogni anno dai Paesi ricchi potrebbe essere disposto immaginariamente lungo la linea dell’equatore e ricoprirne l’intero percorso, e da solo sfamare per più di un anno l’intera Etiopia. Insomma, di dati e di notizie ce ne sono. Ma perché ancora così poche persone ne sono a conoscenza? Cosa potrebbe invertire la rotta del consumismo occidentale? Come fare a sensibilizzare le persone su questo tema in modo effettivo?

Petrini, nel suo articolo, lancia un appello alla politica, e ai partiti politici. E’ arrivato il momento che la politica stessa cominci a trattare nei propri programmi il tema dell’alimentazione e le questioni ambientali.

Letto l’articolo mi sono subito confrontata con un caro amico, Luca Zitiello che, interessato da molti anni alla politica, ha da poco creato un comitato elettorale per Matteo Renzi a Milano – questo il suo sito online. Essendo lui una persona molto attenta alle proprie scelte alimentari, gli ho domandato se nella sua attività politica sarebbe disposto a introdurre il tema di una corretta alimentazione. La risposta è stata ovviamente entusiasta, ma non completamente affermativa. Come fare con le multinazionali che hanno fatto “fisicamente” fuori chiunque abbia cercato di criticare e opporsi ai loro prodotti commerciali? Non sarebbe la prima volta che i politici si tirano indietro di fronte alla minaccia d’interessi più forti.

Ma forse l’approccio al problema potrebbe cambiare in modo che le multinazionali non si sentano chiamate in causa. E così i politici potrebbero portare avanti la loro buona causa e le grandi industrie alimentari non avrebbero di cui lamentarsi con nessuno.

Nella maggior parte delle volte, infatti, per combattere il consumo di prodotti così detti “junk food” si è cominciata una vera e propria guerra contro le multinazionali e i loro metodi produttivi.

Ma questa tattica, a quanto pare, non ha mai portato a risultati soddisfacenti.

Le scienze comportamentali ne spiegano il motivo. Studi sperimentali hanno mostrato infatti due fenomeni importanti:

– le persone si mostrano più collaborative quando le si esorta a comportarsi nel modo più virtuoso, piuttosto che quando si vieta loro di fare qualcosa

– se si mostrano i risultati che hanno raggiunto altri, le persone tendono a comportarsi altrettanto per raggiungere o superare quel risultato

Risulta poco efficace, quindi, criticare il consumo di un dato prodotto alimentare. Piuttosto sembra più indicato mostrare gli effetti positivi che alcuni alimenti hanno sulla nostra salute e sull’ambiente in cui viviamo. Se poi si comincia a diffondere la voce che la maggioranza della popolazione ricicla, mangia meno carne e cibo spazzatura, il risultato sarà senz’altro quello auspicato. Come già ho spiegato nel post La forza del conformismo e nello scorso Povertà e inquinamento, una risposta possibile nei Paesi emergenti l’influenza sociale è uno degli strumenti più potenti per muovere le masse. (al mio amico Luca: gli incontri che organizzate invece di farli nei locali della vecchia milano potreste farli utilizzando il servizio catering che Altromercato – consorzio ben conosciuto di commercio equo solidale – mette a disposizione per privati e aziende, oppure proprio dietro porta Romana c’è un posto incantato che si basa sul lavoro volontario dei cittadini milanesi: la Cascina Cuccagna !)

Altre strategie e stratagemmi sono possibili e molte menti fantasiose di studiosi del comportamento ne stanno già escogitando di nuovi. In questo blog ne riporterò molti, l’argomento è molto attuale e di estrema importanza per la qualità stessa dell’ambiente in cui viviamo e che daremo in dote alle generazioni future (a questo proposito vi consiglio la lettura dell’articolo di Naomi Klein su Internazionale dello scorso 23 novembre. Riporta l’intervento mozzafiato dello scienziato Brad Werner all’American Geophysical Uninion). A gennaio poi partirò per gli Stati Uniti – a Houston per la precisione – e per un anno e mezzo vivrò nel Paese che più attivamente sta lottando contro le cattive abitudini alimentari: sarà interessante vedere in che modo lo sta facendo.

Ad ogni modo, seguendo paradigmi principali che ho esposto sopra, i politici possono stare tranquilli che non verranno “gambizzati” da nessun signor Pringles.

Buon anno a tutti!